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Ilva. Sequestrati beni alla famiglia Riva per un valore di 8,1 miliardi di euro

TARANTO  – Su disposizione della Procura di Taranto, la Guardia di Finanza ha avviato  una serie di sequestri di beni e patrimoni dei Riva cui fanno capo gli impianti siderurgici dell’Ilva, da mesi al centro di un’inchiesta giudiziaria con arresti per il reato di disastro ambientale.

Si ipotizza che il valore dei beni sequestrati si aggiri attorno agli 8 miliardi. I sequestri cominciati oggi sono lo sviluppo dell’indagine tarantina e non hanno nulla a che fare con quelli effettuati dalla Procura di Milano l’altro giorno, sempre nei confronti dei Riva, per reati fiscali.

A Taranto Finanza e Procura stanno agendo in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità giuridica delle imprese. Il sequestro non blocca la produzione dell’Ilva di Taranto, nè mette a rischio posti di lavoro e stipendi. Il sequestro sarà fatto per equivalente, ovvero sino a raggiungere l’ammontare della somma ritenuta necessaria ad effettuare le opere di bonifica ambientale della fabbrica e dell’area di Taranto. Si ipotizza una cifra di circa 8 miliardi di euro.

Un provvedimento storico, l’ha definito Angelo Bonelli dei Verdi.
“Grazie magistrati di Taranto! Lo scorso 30 novembre avevo presentato un esposto alla Procura di Taranto presso gli uffici di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza in cui chiedevo ai sensi dell’articolo 316 del Codice Penale il sequestro cautelativo e conservativo dei beni mobili e immobili, titoli dei conti correnti della Famiglia Riva e ora arriva questo sequestro che è un provvedimento storico non solo per Taranto ma per tutta l’Italia”. Così l’ambientalista Bonelli, che aggiunge: “Gli 8 miliardi di euro sequestrati dalla procura rappresentano la garanzia non solo per le bonifiche ma anche per avviare una conversione industriale attraverso provvedimenti come l’istituzione dell’area No Tax che proponiamo – inascoltati – da anni. Si potrà avviare al tempo stesso un programma di risanamento ambientale e creare nuova occupazione fuori dall’economia alla diossina: 20 mila nuovi occupati permanenti”.

“Si apre a Taranto e per l’Italia una nuova e storica pagina grazie alla magistratura tarantina e, purtroppo, non alle istituzioni – continua il leader ecologista -. Ripulire Taranto dalla diossina e dall’inquinamento rappresenta una grande opportunità per dare lavoro agli operai (e non solo) che rischiano di perderlo a causa della crisi dell’Ilva ma contemporaneamente è un atto di giustizia nei confronti di tutti coloro che hanno si ammalano e soffrono a causa dell’inquinamento”.

“Il disastro che è stato procurato a Taranto è immorale e intollerabile perché è stato compiuto contro una intera città, depredata dal punto di vista ambientale e poi abbandonata – conclude Bonelli -. Ora vanno garantite le risorse per le bonifiche, per l’emergenza sanitaria e il risanamento dell’area: quelle risorse che il governo Monti, impegnato solo a far continuare la produzione dell’Ilva non ha concesso ad una città violentata dall’inquinamento”.

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