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Festival delle letterature. Roberto Saviano: “La notizia deve essere racconto”

ROMA (dal nostro inviato) Ultima serata, quella che ieri ha coinvolto il pubblico della Basilica di Massenzio,  giunto a vedere Saviano, il grande scrittore partenopeo. Il Festival di Massenzio, si è proposto quest’anno di  raccontare e di farlo attraverso il cambiamento.

La letteratura lo fa, mutando le sue storie attraverso nuove forme di vita. Roma si racconta e lo fa con altre storie, con un personaggio d’eccezione,  Roberto Saviano. Con la musica tematica degli Almamegretta, Maria Ida Gaeta (direttrice artistica del festival  delle Letterature) lo  accoglie sul palco.  Emozionato dalla magia del posto, Saviano dice “che sembra difendere sempre più le tue parole [..] concedendo sfumature particolari” .
Saviano racconta, da abile menestrello e da narratore del decameron contemporaneo, di cronaca nera, di crimine, di mafia.  Di quello che riguarda tutti noi. “Spesso le redazioni” dice, “collocano come marginali date notizie. La notizia diventa fisiologica, quotidiana, non genera stupore, share, copie vendute. Passa. E può accadere, come sta accadendo in questo paese che l’economia mafiosa, la più grande economia di questo paese, venga ritenuta marginale. La notizia non deve solo investirsi di una battaglia morale, ma raccontarla. E’ raccontare di questo significa stare vicino, guardare da vicino la realtà, le sue strutture. [..] Pensate al narcotraffico. E’ una banca, la cui liquidità cresce a dismisura. E’ Capitale vivo, è bancomat. Bisogna andare però oltre il dato di cronaca, dare al lettore lo strumento che determina la sua vita nel quotidiano. Perché si, in fondo, riflettiamoci, continua Roberto Saviano“chi racconta, racconta una storia. Quella storia e’ la vita, quella vita diventa notizia. E fa paura. Togliamo le ombre e torniamo a raccontare”, ci dice Roberto.
Saviano legge un estratto di ZeroZeroZero, il suo ultimo romanzo edito Feltrinelli.“E’ la storia da cui non riesco a liberarmi” –  dice – “quella di Bladimir Antuna Garcia. Bladimir sapeva raccontare, sapeva fare inchiesta. Aveva strisciato lungo i peggiori canali, che raccontano storie reflue, di fogna e di potere. Capita però che queste storie cominciano a roderti dentro. [..]  Whisky e coca sembravano le soluzioni. Ma non per Bladmir, che grazie alle sue storie ha scoperto quanto siano labili i confini della dignità. C’era a Durango un giornale, El tiempo dell’editore Victor Garza Ayala. Assunse Bladmir, nella sezione crimine, ma posizionò i suoi articoli in ultima pagina così da non intaccare la distinta pagina politica a cui teneva tanto. Le notizie relative  agli Zetas e i cartelli diffusero la fama di Bladmir. Divenne la voce di Durango. Ma la verità ha suoni, che la morte spegne. Bladmir si consegnerà alla morte. Ucciso, per il desiderio di verità. Oggi per me   il giornalismo d’inchiesta è Bladmir Antuna Garcia. Perché come scrisse Vincent Van Gogh al fratello Theo, nelle sue lettere – conclude Saviano –   se perdo i soldi ho perso tanto, se perdo l’onore ho perso abbastanza, se perdo il coraggio ho perso tutto”.

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