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Italicus, altra strage da non dimenticare

ROMA – Nessuno ricorda ormai, non soltanto tra i giovani nati dopo quel decennio, che la notte del 4 agosto, all’una e ventitre, nella vettura 5 sul treno Italicus che alcuni estremisti del Fronte Rivoluzionario Toscano avrebbero fatto saltare avrebbe dovuto esserci Aldo Moro, l’uomo politico democristiano rapito e assassinato a Roma quattro anni dopo, con le gravi conseguenze politiche che tutti conoscono sulla nostra storia nazionale.

Ci furono in quell’attentato attribuito (sia pure con un’assoluzione dei colpevoli nella prima sentenza e con un ergastolo nella seconda) dalle due corti di merito (la Corte di Assise di Bologna il 20 luglio 1983 e la Corte di assise di Appello, sempre di Bologna,) il 18 dicembre 1986 al Fronte Rivoluzionario Toscano di cui facevano parte Mario Tuti, Luciano Franci, Margherita Luddi, Emanuele Bartoli e Francesco Sgrò, dodici morti e quarantotto feriti e se la bomba fosse scoppiata nella grande galleria, come sarebbe avvenuto dieci anni dopo sul treno 904, le vittime sarebbero state molte di più. E se tra le vittime ci fosse stato lo statista cattolico di cui abbiamo parlato all’inizio forse questa non sarebbe diventata, come è adesso, la strage più trascurata e dimenticata dagli italiani di cui manca ancora una memoria, non dico condivisa, ma almeno attendibile a livello giudiziario. Già perché l’iter giudiziario, cui abbiamo accennato, si conclude, per così dire, con una sentenza della prima sezione della Corte Suprema di Cassazione, firmata dall’ineffabile presidente Corrado Carnevale, che annulla la sentenza della corte di Assise d’Appello e chiede alla Corte di Appello di Bologna un nuovo processo. Ma, nello stesso anno, dopo il nuovo giudizio bolognese che assolve gli imputati neofascisti, la V sezione della Cassazione riprende in mano i fili del caso e accoglie l’ultimo giudizio dell’appello bolognese. Eppure il caso, a parte la prevista e poi mancata presenza di Aldo Moro, presenta elementi di mistero mai svelati. Intanto, per ben due volte, vengono apposti dai governi segreti di stato o su brani delle sentenze di merito e su circostanze emerse intorno all’attentato: una prima volta il 2 settembre 1982 e una seconda volta il 28 marzo 1985 durante il maxiprocesso Cosa Nostra a Palermo dinanzi al giudice Giovanni Falcone. Nel primo processo, che si svolge nove anni dopo l’attentato, i giudici chiamano in causa l’associazione massonica della Loggia P2 di Licio Gelli e scrivono che l’associazione è, con ogni probabilità, coinvolta nell’attentato sia sul piano dell’istigazione degli estremisti di destra a commettere il delitto sia su quello del finanziamento dell’azione. E nello stesso tempo, grazie alle rivelazioni di un estremista di sinistra Franchini si viene a sapere che i materiali per la bomba usata nell’attentato dai neofascisti si trovavano negli scantinati del Dipartimento di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma dove Tuti e i suoi amici li avrebbero prelevati per compiere l’attentato. Peraltro che il depistaggio fosse stato subito messo in azione lo si sapeva dal 1975 quando l’avvocato Basile avrebbe avvertito di un attentato compiuto da terroristi di sinistra l’onorevole Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano che lo avrebbe denunciato alla Camera il 5 agosto del 1974.

Ora se si mettono insieme i frammenti di quell’episodio si possono comprendere due aspetti che caratterizzano quel lontano attentato. Il primo è il collegamento individuato dai primi giudici del legame con la P2 in quegli anni confermato in altri episodi della “strategia della tensione”. Il secondo è il collegamento con azioni dei servizi segreti italiani e stranieri che avrebbero in seguito accompagnato la storia tuttora poco chiara che riguarda il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Occorre dire, in questo senso, che se c’è una strage che meriterebbe dunque di non essere dimenticata è proprio quella del 4 agosto 1974, quasi quarant’anni fa ormai.

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