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Soldato Manning. Una condanna che ci fa tornare al Medioevo

ROMA – Nessuno ha salvato il soldato Manning, cui il tribunale militare ha inflitto 35 anni di prigione  e il congedo con disonore per aver fornito a WikiLeaks 700.000 file secretati inerenti alle attività diplomatiche e militari degli Stati Uniti “around the world”, in giro per il mondo.

In realtà, si tratta di verità indicibili sulle guerre in Iraq e in Afghanistan. E il documento forse più clamoroso è il “Collateral murder”, che testimonia come nel luglio del 2007 un elicottero americano Apache abbia sparato a morte sui civili, tra i quali un padre che portava i figli a scuola e due cameraman della “Reuters”. Insieme al disvelamento degli altri 15.000 civili morti nei conflitti “democratici”e alla vergogna di Guantanamo, la cui sola esistenza dovrebbe portare al ritiro del frettoloso e immotivato Premio Nobel per la pace conferito nel 2009 ad Obama. Tra l’altro, la pena stabilita per Manning è di dieci anni superiore alla conclusione del tempo di secretazione del materiale interessato. Si tratta, dunque, di una condanna micidiale ed esemplare, che appartiene alla tradizione degli stati autoritari piuttosto che alla favola del paese-guida della democrazia. Ben al di sotto delle analisi svolte nel XIX° secolo Alexis de Tocqueville e da John Stuart Mill sulla democrazia americana. Ben al di sotto dei punti migliori della storia dello stesso partito di Roosevelt e di Kennedy. Un buco nero della tanto mitizzata globalizzazione.

Assange-Snowden-Manning rappresentano il “Dr. Jekyll e il mr. Hyde” nella doppia narrazione dell’era digitale: l’enorme circolazione di informazioni e l’occultamento sistematico di ciò che esce dall’ufficialità, dal pensiero unico. Scrive lucidamente il nemico n.°1 Julian Assange nel suo “Freedom and the Future of the Internet” (2012) che è in atto “Una critto guerra in cui la posta in gioco è l’accesso all’informazione….in cui i più forti sanno rendere inaccessibili le informazioni che li riguardano, e i più deboli si ritrovano nudi, completamente esposti….” E Snowden ha disvelato i mostruosi apparati di controllo: Prism, Xkeyscore…Un capo di stato si è visto l’aereo dirottato nel timore che trasportasse il colpevole della “soffiata” al “Guardian”, costretto quest’ultimo a distruggere file e memoria, pur ospitando una confessione straordinaria di un commilitone di Manning, che aveva visto ma non trovava il coraggio di rivelare le atrocità, che tali sono sempre:senza differenze tra i carnefici. Qualche volta la storia rende giustizia e santifica chi parla delle atrocità delle guerre; altre volte chiama i coraggiosi traditori. O gli avvocati difensori sono costretti a ricorrere all’espediente della pazzia (ricordate “Comma22”?) per difendere chi è accusato di aver irragionevolmente violato la ragion di stato.

La vicenda Manning è un punto di svolta: la circolazione dei dati e la libera informazione sono diritti relativi, mai assoluti. Così si sancisce senza pietà. La crisi mondiale è, dunque, crisi della democrazia, prima ancora che delle economie e delle finanze. Il modello accentrato e chiuso di gestione del potere è l’inveramento della post-democrazia. Questo ci insegna la squallida condanna di un giovane oggetto di pratiche bullistiche perché omosessuale, ignaro probabilmente di avere messo le dita sulla corrente del “muro” che difende la verità che conta: che si fonda sulla censura. Del resto, non sarà un caso se il paese che fece dimettere Nixon è precipitato al 47° posto della classifica mondiale dei “Reporter senza frontiere”.

La protesta si leverà contro una sentenza così iniqua e farisaica, visto che sbatte in galera chi ha portato alla luce tanti crimini, questi sì impuniti? C’è un giudice a Berlino? Attenzione, perché Manning ci parla di quella faccenda che in modo saccente viene chiamata “modernità seconda”, laddove la sottile linea d’ombra tra era di Internet e Medioevo si fa impercettibile.

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