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Rimini, città chiusa ai diritti umani?

RIMINI – Rimini è diventata una città xenofoba? E’ la domanda che si pongono i difensori dei diritti umani del Gruppo EveryOne, dopo aver effettuato un’indagine nella città più popolosa della riviera romagnola.

“Rimini è una città che amiamo profondamente,” riferisce Roberto Malini, scrittore e co-presidente dell’organizzazione internazionale per i diritti umani, “non solo perché ci ricorda le vacanze della nostra giovinezza, ma anche perché è una splendida città d’arte, che non ha mai rinnegato una marcata propensione ad accogliere e integrare le culture diverse, per inseguire l’eccellenza nell’arte, nell’architettura, nella musica e, in tempi più recenti, nel cinema e nella televisione. E’ innegabile, però, che oggi Rimini è cambiata”. Mentre descrive il suo rapporto intenso, di vecchia data, con la città balneare, Malini fa scorrere sul suo iPad alcune immagini piuttosto sconcertanti. Siamo seduti su una panchina, di cui l’attivista fa notare il “colore arcobaleno”, simbolo dell’impegno civile. “Oggi Rimini ha un timore irrazionale verso i migranti, i rom, gli stranieri indigenti. Per combattere l’attività dei venditori ambulanti di origine africana, che è sempre più raro vedere presso la battigia, la città ha creato norme restrittive, che finiscono per limitare la libertà degli stessi turisti. Il ‘Consorzio Operatori Balneari Marina Riminese’ ha esposto presso gli stabilimenti balneari un cartello che vieta a chiunque di fermarsi vicino al bagnasciuga, a meno che non si avvalga di prestazioni a pagamento. Ai turisti che si lamentano, affermando che in tutti i paesi del mondo civile lo spazio di spiaggia in prossimità del mare è considerato pubblico e libero, rispondono indicando il cartello: ‘E’ una legge. E’ scritto lì’. In realtà la normativa – art. 11 comma 2 lettera d Legge 15 dicembre 2011 n. 217- riconosce anche in Italia ‘il diritto libero e gratuito di accesso e di fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione’. Anche gli artisti di strada, che sono per la maggior parte stranieri e molto poveri, subiscono continui controlli da parte delle autorità e alla fine vengono allontanati, privando la cittadinanza e i turisti delle espressioni più libere della creatività e del talento dei popoli. Una volta la spiaggia di Rimini ospitava un piccolo e spontaneo ‘suq’ variopinto, mentre sulla passeggiata si assisteva a concerti improvvisati di violini e fisarmoniche zigane, acrobazie di saltimbanchi, performance di teatro comico o di ‘statue viventi’. Ora sono i regolamenti e le divise a dettare le regole e sembra davvero di essere tornati indietro nel tempo, a periodi la cui memoria è ancora oggi inquietante e dolorosa”. L’attivista racconta l’episodio di una giovane madre di etnia rom, insultata da cittadini razzisti in mezzo alla strada, mentre stringeva il suo bimbo fra le esili braccia. Poi racconta un altro episodio cui ha assistito poche ore prima, insieme ad altri difensori dei diritti umani: “C’era un ragazzo di origine africana, supino a terra, immobile presso i tavolini di un locale sulla passeggiata. La gente passava accanto a lui e lo guardava con la coda dell’occhio, senza fermarsi. Qualcuno bofonchiava parole di indignazione. Nessuno si chiedeva se stesse bene o avesse bisogno di aiuto. Al contrario, molti si fermavano davanti all’ultima frontiera del mercato dei ‘souvenir’: armi ad aria compressa (perfette riproduzioni delle più letali pistole e armi da guerra) e oggetti che celebrano gli orrori del nazismo e del fascismo, presentati da un gran numero di empori come se si trattasse di articoli-ricordo da acquistare e magari esporre poi in bella vista su una mensola di casa. Un campionario nutrito: bottiglie di vino, statuette e grembiulini dedicati ad Adolf Hitler, a Benito Mussolini e ai loro foschi partiti”. Malini si alza, getta un’ultima occhiata verso il mare e si incammina verso la stazione. “Oggi il mare è verde. E’ quello che D’Annunzio definì ‘Adriatico selvaggio’, paragonando il suo colore a quello dei pascoli montani. La nostra visita a Rimini è stata illuminante. Ne manderemo un rapporto alle istituzioni riminesi, augurandoci che lo prendano in considerazione. Chiudersi ai diritti umani è pericoloso e l’intolleranza è come un virus: se non la si combatte in tempo,si diffonde dappertutto, accompagnata da un’altra malattia sociale, l’indifferenza. Il nostro amore per questa città è autentico e grande. Desideriamo vederla risorgere e tornare accogliente non solo verso i turisti stranieri che ‘portano denaro’ (attualmente sono i russi e quasi tutti i locali espongono insegne in italiano e cirillico, trascurando ormai l’inglese), ma verso tutti gli esseri umani, come era sua trdizione. Arrivederci, Rimini”.

 

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