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La testimonianza di Quirico arriva al momento giusto

ROMA – Finalmente Quirico è stato liberato. Finalmente per numerosi motivi. Per la sua famiglia, per il suo giornale e un po’ anche per noi, colleghi e amici che abbiamo sofferto l’angoscia dell’ennesimo rapimento di un reporter. Ma c’è anche un altro motivo molto importante per gioire della fine della disavventura poiché finalmente tutti potranno conoscere la reale situazione in Siria dal racconto di un testimone diretto.

Sapete, e parlo a titolo personale, che sono sempre stato molto cauto sull’evoluzione della situazione siriana, distinguendo tra la sacrosanta rivendicazione di libertà da parte della popolazione (pagata con molto sangue) e gli inserimenti di elementi estranei e da scellerati interessi nobilitati, come succede sempre nelle guerre sporche, da motivi falsamente umanitari. Finora le informazioni sono arrivate dalle parti e spesso manipolate. La testimonianza di Quirico perciò arriva al momento giusto, anche per la sua oggettività, attestata dal passato professionale dell’inviato de “La Stampa”. Ecco perché da sempre difendiamo i testimoni, che pagano prezzi alti, per continuare ad aiutare la gente a capire, spezzando l’omologazione delle notizie sempre più diffusa.

In realtà Mimmo non ha detto finora granchè. Ma sono bastate due battute appena sbarcato in Patria per intuire intanto il suo pensiero. Una fulminante: “Per cinque mesi sono stato su Marte. E ho scoperto che i marziani sono cattivi”. L’altra più riflessiva: “Ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana, ci ho creduto, ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito. Non è più la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un’altra cosa, dirottata in parte dalle frange dell’estremismo islamico”. Il resto lo racconterà ai magistrati e soprattutto al suo giornale, ma intanto ci ha pensato il suo compagno di prigionia – senza vincoli professionali – ad andare oltre, a spiegare l’amarezza di quella constatazione.

Pierre Piccinin, un belga di origini italiane, è un professore universitario, grande esperto della storia siriana. Con Quirico si sono conosciuti anni fa a un convegno a Torino e da allora sono stati otto volte insieme in Siria. Anche stavolta, condividendo sacrifici e paure. Piccinin ammette che le cose sono cambiate più in fretta più di quanto potesse aspettarsi: “In assenza del sostegno dell’Occidente, i movimenti rivoluzionari sono stati gradualmente sostituiti da cellule fondamentaliste islamiche, nelle quali sono confluiti anche gruppi marginali di bande criminali. Tutto è degenerato, non volevano fare la rivoluzione, ma razziare la popolazione e trarne vantaggio”. Lui e Quirico, ammette, sono state vittime di questa metamorfosi proprio mentre cercavano di capirla e di divulgarla. Poi racconta il rapimento: “Ai primi di aprile ci hanno fermato le truppe dell’esercito ribelle a Qusayr, ci hanno tenuti prigionieri nella totale segretezza per due mesi. Poi ci hanno consegnato alla brigata Abu Ammar. Gente squilibrata, più banditi che islamisti, molto violenti, molto anti-occidentali e molto anti-cristiani. Quando l’assedio è diventato troppo duro hanno tentato una sortita, riuscendo ad attraversare le linee governative e ci hanno portato con loro. Gli ultimi giorni sono stati durissimi, eravamo chiusi in una cantina piena di scarafaggi. Poi è cominciata una lunga odissea attraverso il Paese, a marce forzate. Fino a che siamo stati consegnati a un gruppo che lavora per al Faruk, nel nord di Damasco, e poi di nuovo a est, vicino alla frontiera turca. Ormai avevamo perso ogni riferimento”.

Poi qualche parola sui “marziani”. Racconta ancora Piccinin: “All’inizio sono stati corretti, poi le cose sono peggiorate. Ci trattavano come occidentali, cristiani, con grande disprezzo. Per giorni non ci hanno dato da mangiare. Abbiamo subito torture, umiliazioni, bullismo, finte esecuzioni. Per due volte hanno puntato la pistola alla tempia di Domenico, sparando a vuoto. Abbiamo tentato di scappare due volte. Una volta abbiamo approfittato del momento della preghiera, ci siamo impadroniti di due kalashnikov, abbiamo vagato per le campagne prima di essere ripresi. Siamo stati puniti molto severamente, picchiati”.

Alla fine, la denuncia che ha un grande sapore politico in questo momento: “E’ un dovere morale dirlo – afferma Piccinin -. Non è il governo di Assad ad aver utilizzato i gas nella periferia di Damasco. Ma sono stati i ribelli. Ne siamo certi perché lo abbiamo sentito in una conversazione. Mi costa difficile ammetterlo perché dal maggio dell’anno scorso sostengo con decisione l’esercito libero siriano nella sua giusta lotta per la democrazia. Per il momento però per una questione di etica, sia io che Domenico siamo determinati a non fare uscire i dettagli di questa informazione. Quando lui deciderà di parlarne sul suo giornale, io farò altrettanto in Belgio. So soltanto che quando il 30 agosto abbiamo appreso l’intenzione degli Stati Uniti di agire attribuendo la responsabilità delle armi chimiche al regime, avevamo la testa in fiamme. Perché eravamo prigionieri laggiù e non potevamo urlare al mondo questa verità”. Anche perché – come ricorda il collega Ennio Remondino che come me ricorda bene altri villaggi come campi di battaglia, con la popolazione inerme destinata al massacro – nessun missile lanciato da lontano può essere così intelligente da distinguere fra buoni e cattivi”. Specie in questa Siria sempre più piena di cattivi.

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