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TRIESTE –  Oltre che dalle chiusure per ricorrenze varie – Tokio lo scorso lunedì ha celebrato la giornata degli anziani mentre Shangai non tratta da ieri a causa di due giorni di festività nazionale – questa settimana di Borsa è stata caratterizzata dall’evento macroeconomico forse più atteso dell’anno: il meeting del FOMC (Federal Open Market Committee, il braccio di politica monetaria della Fed) chiamato ad esprimersi sul “tapering”, la riduzione dell’entità degli acquisti di titoli sul mercato per fornire liquidità al sistema e fronteggiare la stretta creditizia.

 

La particolare importanza dell’evento è dovuta non soltanto alla sua portata tecnica, sicuramente non trascurabile, ma soprattutto perché rappresenta un punto di svolta in cinque anni di crisi finanziaria globale: non a caso quest’estate è stata la prima dal 2008 a non registrare grosse crisi di mercato, quali furono il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac (preludio al collasso Lehman Brothers), la risposta coordinata del G20 per le preoccupazioni verso l’Europa Orientale e la Lituania (2009), la sofferenza ed i due salvataggi consecutivi della Grecia (maggio 2010 e luglio 2011), il “Fiscal Cliff” (baratro fiscale) correlato al tema del tetto del debito USA ed il salvataggio delle banche spagnole la scorsa estate.

 

Lo scorso mercoledì la Federal Reserve ha sorpreso i mercati confermando il programma di acquisto di titoli a lungo termine per un ammontare di 85 miliardi di dollari al mese, 40 in titoli di Stato (Treasury) e 45 in MBS (Mortgabe Backed Securities, titoli di credito immobiliari garantiti da ipoteca), in attesa di maggiori prove riguardo alla sostenibilità della ripresa economica a stelle e strisce, decisione approvata con un solo voto contrario nel board.

Una mossa che ha colto totalmente alla sprovvista gli operatori, preparati invece ad una riduzione del piano per un ammontare mensile compreso tra i 10 e i 20 miliardi, creando non poche complicazioni anche a Mario Draghi, numero uno della BCE (Banca Centrale Europea): la conseguente rivalutazione dell’euro non sarà certo di aiuto alle economie europee più in difficoltà ed ancora in rincorsa della crescita, per quanto sia facilmente ipotizzabile (ed auspicabile) un calo dei costi di finanziamento dei paesi periferici.

La questione diviene ora capire se questa decisione provocherà un qualche cambiamento nell’atteggiamento degli investitori oppure se, al di là della normali reazioni iniziali, tutto tornerà come prima, considerato che la Federal Reserve ha soltanto differito il rientro delle sue attuali politiche ultra-accomodanti, forzatamente interconnesse all’andamento degli indicatori macroeconomici, disoccupazione in primis.

 

Passando dallo stato di salute dell’economia statunitense a quello dell’economia italiana, ieri l’agenzia di rating S&P ha previsto un calo del nostro PIL (Prodotto Interno Lordo, valore totale dei beni e servizi prodotti) nell’ordine dell’1,9% per l’anno in corso, per poi “accelerare” portandosi ad un +0,5% nel 2014.

 

I dati Istat relativi all’industria sembrerebbero confermare tale previsione, con il settore che continua a segnare il passo registrando un nuovo calo di ordini e di fatturato: la compensazione tra ordinativi interni (-2,6%) ed esteri (+1,8%) registra una flessione congiunturale dello 0,7%, mentre il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 3,6%, con un calo del 5% sul mercato interno e dello 0,8% su quello estero. 

Seduta incolore per le Borse asiatiche, influenzate anche dal mancato apporto della Cina chiusa per festività; in una sessione priva di particolari spunti macroeconomici gli operatori guardano all’esito delle elezioni in Germania per conoscere quale direzione imboccherà la prima economia europea. La Borsa di Tokyo, dopo aver oscillato a lungo intorno alla parità, nelle ultime battute ha girato al ribasso terminando con una flessione dello 0,16%.

Apertura debole per le Borse del Vecchio Continente, dove hanno prevalso le prese di profitto all’indomani del balzo legato alla decisione della Federal Reserve in una seduta proseguita all’insegna della prudenza: anche in Europa gli operatori hanno preferito non prendere posizione in attesa dell’esito delle elezioni politiche che si terranno domenica in Germania, determinanti per il futuro dell’Eurozona.

Piazza Affari (FTSE Mib -0,49%, FTSE Italia All Share -0,36%) e le principali Borse europee contrastate nell’ultima seduta della settimana con le debolezze accusate da Londra (-0,43%) e Francoforte (-0,23%) a contrapporsi ai progressi di Parigi (+0,11%) e Madrid (+0,18%).

A Milano al pesante ribasso di Telecom Italia (-3,39%), ancora in attesa del piano industriale ed in balia delle mosse dei soci per il suo controllo, bella prova d’orgoglio di Finmeccanica (+0,58%), in territorio positivo nonostante la decisione di Moody’s di declassarne il rating a “junk” (spazzatura); giornata senza direzione per i petroliferi (Eni +0,62%, Snam +0,43%, Saipem -1,19%, Erg -1,42%) e non brillanti i bancari (Unicredit -1,58%, Intesa Sanpaolo -0,94%), tra i quali spicca in negativo Montepaschi (-1,05%), dopo che gli analisti di JP Morgan hanno confermato il giudizio “underweight” (sottopesare).  

Sul fronte del debito sovrano leggera flessione dello spread, la differenza di rendimento tra il Btp ed il Bund con scadenza a dieci anni, portatosi a quota 234 Bp (Basis point, punti base) rispetto ai 236 Bp di ieri, per un tasso del titolo italiano (Btp maggio 2023) al 4,28%.

In diminuzione anche lo spread tra corrispettivi titoli con scadenza a due anni, sceso a 151 Bp dai 160 punti della precedente chiusura, con un rendimento portatosi sotto all’1,7%.

Infine il premio di rendimento della Spagna sull’Italia, sempre sul decennale, si mantiene a nove punti base.

 

A questo proposito la dirigente generale del Tesoro Maria Cannata avverte una normalizzazione della situazione per il mercato del debito italiano, segnalando anche il ritorno di interesse degli investitori stranieri ed un costo medio delle emissioni che nei primi otto mesi dell’anno è stato pari al 2,08%.

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