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Musica. Brasil! Tra Morelembaum e Calcanhotto a sorpresa Zeca Baleiro

ROMA – Tre concerti orientati ad un repertorio differenziato, così come negli obiettivi del festival “Brasil”, quelli programmati all’Auditorium Parco della Musica di Roma nell’ambito della bella manifestazione promossa dall’Ambasciata del Brasile. Tre show che abbiamo goduto per l’indispensabile esperienza di vedere esibirsi dal vivo alcune icone dell’attuale MPB, ma che, in due casi su tre, a nostro avviso non hanno soddisfatto le aspettative. 

 Jaques Morelembaum e il suo samba cello trio composto da Lula Galvao e Marcelo Costa alla batteria dialogano con la voce di Regina Paula Martens, moglie del violoncellista e storica “spalla canora” di Jobim per oltre un decennio al suo fianco nei tour internazionali. Il repertorio, esclusi alcuni “gioielli” composti dallo stesso Morelembaum e calzanti su misura per l’interpretazione della bella e sofisticata cantante (in arte Paula Morelembaum), è del tutto noto al pubblico in sala. Tra i brani strumentali nei quali gli incredibili e rodati musicisti si divertono a giocare e improvvisare con acclamati virtuosismi, senza perlatro mai tradirne l’essenza melodica o la struttura armonica, spiccano “Eu vim da Bahia” di Gilberto Gil e “Receita do samba” di Jacob do Bandolim, in una conversazione sonora che non prende un attimo di respiro e si lascia trascinare da un tappeto sonoro in crescendo che culmina in un finale al contempo nostalgico e tribale che comprova la perfetta armonia creativa in particolare tra chitarrista e cello. 

 

Il sospetto di un calo energetico nella prestazione arriva invece dall’ingresso di Paula in scena, probabilmente a causa di una scelta sbagliata delle canzoni d’ingresso: “Aqua De Marco” e “Desafinado”, fin troppo conosciute, mettono in risalto l’insicurezza di una voce senza sfumature poiché troppo attenta (ma non con i risultati cercati) ad una giusta intonazione. Seppure la raffinatezza e il sofisticato look possano ammaliare l’ascoltatore in sala, la prima impressione che si ha nell’interprete è l’assenza di una personalità dichiarata e di un appropriato spirito emotivo. E il modo di troncare le sillabe nel finale delle parole crea la sensazione di una mancanza (voluta?) di vibrato. Va meglio con le composizioni di Joao Donato e Jorge Ben, forse perché si tratta di brani ritmici e di atmosfera resi ammalianti dal tocco contrappuntistico del violoncello di Jaques, così come cresce la flagranza vocale con “Manha do Carnaval”, con il quale Paula iniziò la propria carriera, per quanto la sensazione del distacco tra interprete e senso delle parole interpretate rimanga costante, impressione rafforzata anche in “Blackbird”, “Aqua de beber” e “Berimbau. Finale a 4 e in perfetta armonia voce-strumento per “Mais que nada”, “Ela è carioca” e “Chega de Saudade”. Insomma, un perfetto tributo a samba e bossanova, ma non sarebbe più opportuno usare il bel timbro di Paula per brani inediti del bravissimo marito?

Sorpresa alla Sala Petrassi (purtroppo non del tutto piena) per la prima volta di Zeca Baleiro, cantante di punta del Nordest brasiliano. Preceduto dalla brillante performance di Lica Cecato, Zeca non ha difficoltà a scaldare l’ambiente fin dall’inizio, con la sua “Babylon”, e il brano non è scelto a caso, vista la poliedrica voglia di sperimentazione che lo ha portato a creare in ogni disco un caleidoscopio di generi musicali e tradizioni culturali da ogni parte del mondo. Il compositore-interprete-chitarrista e looper (utilizza spesso la pedaliera per ritmi moderni e innovativi) si dichiara “non  cristiano, non ateo, non giapponese né chicano, non europeo, non negro, non giudeo, né del samba, né del rock. La mia tribù sono io” e questa affermazione, contenuta nel brano “Minha tripo sou eu” dell’album “Pet Shop Mundo Cao” (i suoi titoli sono davvero tutto un programma!) riflette sicuramente la scelta poliedrica nell’ispirazione e messa a punto di canzoni che, insieme ai suoi compagni di viaggio al pianoforte e chitarra-fisarmonica, trasmettono una profonda idea di contaminazione legata a messaggi testuali incisivi e spesso legati al sociale, oltre che a romantiche tonalità sentimentali. Se “Telegrama” è il capolavoro che sintetizza sinergicamente ritmiche e sillabazioni con armonie inusitate e assolutamente moderne, brani come “Zas” e “Lenha” riflettono il sogno di un’indole intima e appassionata, “Muzak”, “Mundo dos Negoçcios” e “Bandeira” respirano tristezza e rassegnazione in un universo pieno di difficoltà pratiche mentre le divertenti “Samba do Approach” e “Tattoo” riescono a coinvolgere tanto il pubblico preparato quanto i debuttanti all’ascolto baleirano. A Zeca perdoniamo di non rammentarsi una delle prime canzoni che compose, “Kid Vinil” pervenuta su richiesta in uno dei bis, ma la sua arte improvvisativa e la sua mente omnisonora riescono anche dal nulla a creare brani ed atmosfere che si rinnovano in continuazione. Un fulgido esempio di novità, finalmente, che proprio a partire da questa interessante rassegna potrebbe portare i Romani e non solo alla scoperta dei mille talenti musicali che dominano, davanti o dietro le quinte, la mastodontica scena brasiliana.

 

Potevamo fermarci al bravo compositore ed interprete originario del Maranhao per chiudere con soddisfazione la pagina del festival Brasil, ma la tentazione di vedere dal vivo – voce e chitarra – Adriana Calcanhotto era tale che nella stessa Sala Petrassi (stavolta tutta esaurita) l’elegante ed eversiva cantante ha fatto aspettare per oltre 20 minuti il suo ingresso sul palcoscenico per poi, ahimé, regalare ai convenuti solo scarsi 50 minuti di spettacolo, bis compreso. Purtroppo la stanchezza e la fretta dell’interprete “gaucha”, che alle 3 di mattina doveva imbarcarsi in un altro volo per chissà quale altra destinazione del mondo, non le hanno permesso di brillare, mandando avanti a grandissima fatica un concerto di canzoni del suo storico repertorio purtroppo prive di personalità e soprattutto di… intonazione! A volte Adriana reputava responsabili le corde della sua chitarra, a volte l’emozione, altre volte la stanchezza, ma quello che è certo è che interrompersi così frequentemente non le ha affatto giovato e, nonostante gli sfegatati fan pronti sempre e comunque ad applaudirla, lo show si è rivelato decisamente mediocre e perfino imbarazzante quando la stessa non ricordava (poiché non aveva ancora letto l’apposito foglio-promemoria) i nomi delle Istituzioni che l’avevano invitata… Una serata da dimenticare, resa meno crudele da brani come “Metade”, “Esquadros”, “Vambora” o “Mentires”, già apprezzati e compartecipati da un pubblico che anche sul finalissimo ha praticamente cantato al posto della sua beniamina la celeberrima e forse più gettonata interpretazione di Adriana, “Fico Assim sem voce”. Ci auguriamo in ogni caso che la sua voce si riassesti presto, alla pari della sua memoria musicale e che la sua ispirazione compositiva riesca a dominare lo stress di un lavoro sicuramente non facile ma eternamente entusiasmante.

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