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Teatro Quirino. Da non perdere il “Mastro Don Gesualdo” di Ferro

ROMA – Si apre il sipario su un Mastro Don Gesualdo morente, ospite in casa della figlia Isabella a Palermo, spossato dal dolore e dalla solitudine, con l’unico desiderio di “tornare alla sua roba”. Un’immagine carica di pathos, che mostra il vecchio padre, solo e recluso in una cameretta dai muri spessi, senza nessuno che lo assista, eccetto il maggiordomo, preposto, malvolentieri, alle sue necessità. 

Una prolessi narrativa che consente al personaggio principale, Mastro Don Gesualdo, di raccontare in prima persona la sua storia, attraverso i ricordi evocati sul letto di morte. Un’esistenza dedita al lavoro e all’accumulo della “roba”, dove non c’è stato spazio per i sentimenti. Tante le umiliazioni che l’aristocrazia ha riservato a Gesualdo, homo novus, arricchitosi con “il sudore della fronte”, che per guadagnarsi il loro favore e un titolo nobiliare ha sposato la nobile decaduta Bianca Trao. Un matrimonio orchestrato dalla zia di Bianca, la baronessa Rubiera per riparare alla relazione segreta avuta dalla giovane col cugino Nini Rubiera, troppo ricco per sposare una ragazza senza dote. Un desiderio di rivalsa sociale che resterà, però, inappagato per Mastro Don Gesualdo, che già nel suo nome cela il dramma della sua esistenza: escluso dalla nobiltà perché pur sempre un “mastro”, un ex manovale e dal popolo perché diventato “don”, un Signore.

Un “paria”, un emarginato dalla sua stessa famiglia – com’era solito urlare Gesualdo durante le sue pittoresche sfuriate – magistralmente rese da Enrico Guarnieri, che svestiti i panni del comico, dà voce a un uomo instancabile, dalla grande umanità e sensibilità.  La regia di Guglielmo Ferro porta in scena una versione umanizzata del Mastro Don Gesualdo, che in punto di morte confessa i rimpianti di un uomo, vissuto solo “per faticare”, al quale era stato negato il calore di una famiglia vera.  Un riadattamento in chiave intimista del romanzo di Verga nel quale la “roba” non è più il fine ultimo dell’esistenza, ma il mezzo per ottenere il tanto agognato riscatto sociale.  Una riabilitazione sociale soltanto apparente, come dimostra nell’ultima scena, la beffarda risata del maggiordomo che annuncia: “Finalmente è morto il vecchio, grazie a Dio”.

Applausi ininterrotti e tutto esaurito per la prima di Mastro Don Gesualdo  di Guglielmo Ferro al teatro Quirino di Roma, in onore del padre, l’attore scomparso nel 2001 Turi Ferro. Tra tutti merita una menzione particolare Ileana Rigano per l’intensa rappresentazione della Baronessa Rubiera, oltre al protagonista Enrico Guarneri per la drammaticità e la forza evocativa del suo Mastro Don Gesualdo. Assolutamente da non perdere.

 

Regia    Guglielmo Ferro

Rielaborazione drammaturgica Micaela Miano

 

Interpreti

 

Mastro Don Gesualdo                      Enrico Guarneri

Baronessa Rubiera                           Ileana Rigano

Bianca                                                   Francesca Ferro

 

Scene                                                     Salvo Manciagli

Costumi                                                 Carmen Ragonese

Musiche                                                 Massimiliano Pace

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