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Letta in Polonia per i tifosi della Lazio ancora in carcere

ROMA – Oggi, il presidente del Consiglio Enrico Letta si è recato a Varsavia per un incontro con il premier polacco Donald Tusk, in merito alla situazione dei tifosi della Lazio arrestati prima della partita di Europa League contro il Legia Varsavia, giovedì scorso.

Nella conferenza stampa congiunta ha dichiarato: “Sugli incidenti avvenuti a Varsavia e sugli arresti di italiani, in un numero significativo, di cui alcuni sono in carcere, ho espresso preoccupazione chiedendo nel rispetto delle leggi e della separazione dei poteri una attenzione particolare e la massima accelerazione possibile nella applicazione delle regole”. Successivamente ha fatto visita ai familiari dei ragazzi presso l’ambasciata italiana a Varsavia.

Il suo interessamento alla questione è ammirevole, se non fosse per il fatto che questa storia è stata già fin troppo lunga, mancando di chiarezza e risoluzione. Un’odissea e allo stesso tempo un incubo:  dalle prime testimonianze di un ragazzo coinvolto nella vicenda è emerso in pieno il carattere poco gentile del trattamento che è stato loro riservato; afferma che gli è stato impedito di avvisare la famiglia, di chiamare un legale o di contattare l’ambasciata. I ragazzi arrestati, tra cui molti minorenni, sono stati privati degli oggetti personali e trasferiti in cella, privi di acqua e di cibo per 26 ore. La possibilità di andare al bagno era lasciata alla decisione delle guardie carcerarie. 
“Rumore, schiamazzo, ostacoli nell’uso del marciapiede da parte di altri pedoni”: questi i capi d’accusa che hanno permesso alla polizia polacca di operare la retata preventiva, che ha visto il trasferimento di circa 200 persone, tra le quali anche turisti non tifosi e tifosi che sapevano di essere scortati verso lo stadio. Alcuni rilasciati subito dopo l’identificazione, altri dopo il processo, avvenuto senza la rappresentanza dell’Ambasciata italiana, costretti a pagare una multa di 100 euro . Sono 22 i tifosi biancocelesti ancora bloccati da circa un settimana: 2 tuttora detenuti, 11 sono già stati processati per direttissima e condannati a pene tra i due e i quattro mesi per resistenza a pubblico ufficiale, dopo aver sottoscritto una dichiarazione in polacco in cui ammettevano le loro responsabilità.  La polizia polacca si difende in quanto ha agito come da protocollo.
Forse una prevenzione esagerata o una giustizia dubbia quasi quanto quella del nostro Paese,  che ha portato il sistema polacco a penalizzare vergognosamente un numero eccessivo di persone, peraltro concittadini europei, per il lancio di sassi contro le forze dell’ordine da parte di alcuni di loro, un numero ridotto che fa pesare la durezza delle misure adottate. Il premier polacco, comunque, ha assicurato che farà di tutto per accelerare le procedure ed evitare un ulteriore proseguimento della vicenda. 

L’infausto episodio è paragonabile, anche se arricchito da conseguenze più gravi, al caso Marò, che da quasi due anni vede coinvolti i due fucilieri della Marina italiana Latorre e Girone, arrestati in India con l’accusa dell’omicidio di due pescatori, senza prove attendibili e sufficienti. 
Non c’è da stupirsi: il nostro Bel Paese non riesce a tutelare in modo adeguato e competente i suoi cittadini all’interno dei confini, figuriamoci in terra straniera. 

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