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Racconti di un oste protestante

BOLOGNA – È ora di pranzo e finiscono le lezioni nelle diverse facoltà all’Alma Mater Studiorum, l’Università del capoluogo emiliano. Molti studenti, costretti a fare i pendolari provenendo da altre città, devono trovare un posto dove mangiare e la mensa della città sembra il migliore. La mensa è un punto di raduno per un gran numero di universitari, di ogni età e facoltà. 

Mi unisco a loro e mi dirigo verso la mensa. 

Oggi però, ci aspetta davanti alla porta un gruppo di ragazzi che fanno parte di un collettivo di Bologna.

Urlano al megafono che questa mensa è la più cara d’Italia e rivendicano prezzi accessibili a tutti e in linea con quelli del resto del paese. La cosa mi incuriosisce. Così, entro e decido di appoggiare questa piccola grande protesta. Leggendo il loro volantino e chiacchierando con i “rivoltosi” scopro che la mensa è stata occupata e che l’iniziativa si chiama “Occupy mensa”, sulla falsariga della molto più nota e imponente protesta “Occupy Wall Street”.

In realtà la mensa è spaccata in due aree, quella occupata dagli studenti e quella per il servizio normale, che continua a vendere primi a 3 euro, quando in tutte le altre mense d’Italia allo stesso prezzo si può fare un pranzo completo. Nell’area dei ragazzi però, si serve pasta al forno e spezzatino a solo 1 euro. Non posso rifiutare l’offerta, e poi la causa va sempre aiutata, così dono il mio euro e felice mi siedo, sapendo che la protesta continuerà tutte le settimane finché il gestore non avrà abbassato i prezzi. L’iniziativa però, non viene apprezzata da molti studenti che preferiscono fare come se nulla fosse, comprando i piatti costosi serviti dalla mensa.

Onestamente, non riesco a capire questo comportamento, anche perché gli studenti di “occupy mensa” rivendicano un prezzo ribassato che gioverebbe a tutti. E poi, la pasta al forno era fantastica. 

 

Riflettendo un po’ su ciò che mi sta accadendo intorno, capisco che questa protesta racchiude in sé un modello, quello di un evento efficace, pacifico e coinvolgente. Il modello di protesta ideale.

Non c’è bisogno di manifestazioni sfarzose, con bandiere e musiche, con migliaia di persone urlanti. Per carità, non rinuncerei mai alle grandi manifestazioni. Tuttavia, questo è il tempo di fare anche piccole cose concrete, utili, con un po’ di ingegno, per rivendicare i propri diritti e darne anche a chi non sa di averli.

In un periodo di grandi terremoti politici, di confusione, disagio, rassegnazione e indifferenza generale, credo che questi eventi, nel loro piccolo riescano a suscitare l’interesse per la politica attiva, ormai morto soprattutto tra i giovani. 

 

La nuova-vecchia frontiera della protesta sembra invece essere oggi quella dei “forconi”, che hanno bloccato le autostrade A3 e A4. Il movimento di piazzale Loreto, che si professa apolitico e apartitico, si è dato delle regole e come è scritto sul loro volantino: «i blocchi del traffico devono creare disagio ma non troppo malcontento, non dobbiamo farci odiare ma sfruttare il blocco per diffondere informazioni. Si blocca a porzioni il passaggio. Questo rende più facile l’accesso a chi si vuole unire». 

È importante vedere come la forma di protesta si sia evoluta. Quella che fa più scalpore, quella più imponente, inquadrata dai media, è quella che crea più disagio ma resta essenzialmente vuota, professandosi apolitica e apartitica. Ammettendo che possa esistere una protesta apolitica, cioè priva di significato politico e di conseguenze politiche. Quella dei “forconi” è un’azione di molti, che richiama attenzione, grida un disagio del popolo ma non rivendica nulla, e pertanto non può ottenere nulla. 

Invece un protesta come quella degli studenti davanti alla mensa, che viene ignorata persino dai loro colleghi, può realmente raggiungere un risultato.

Indipendentemente da chi o cosa spinge una qualsiasi manifestazione, credo sia essenziale ritrovare l’importanza della richiesta e la chiarezza dell’obiettivo da raggiungere. Ogni protesta infatti è una richiesta che parte del popolo fa allo stato o alla società, e come tale non può degenerare nella esclusiva richiesta d’attenzione mediatica, ma deve cercare di  coinvolgere attivamente più gente possibile offrendo una soluzione, un cambiamento, un obiettivo. 

Dalla lezione positiva degli studenti bolognesi di “Occupy mensa”, e da quella tutta negativa dei “forconi”, si trae un incoraggiamento a unirci alle proteste degli studenti di tutta Italia, sia quando sono grandi manifestazioni ideali, sia quando sembrano ancora povere nell’apparenza ma ricche nel contenuto e nell’obiettivo, concreto, non solo simbolico.

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