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La strage silenziosa dei clochard, nell’indifferenza generale

Morire in un sottopasso, nell’indifferenza di tutti

 

ROMA – Come ogni inverno è cominciata la strage silenziosa che si porta via numerosi clochard.   Negli ultimi dieci anni a causa del freddo sono morti un centinaio di senza tetto e molti altri hanno perso la vita per cause connesse anche alle basse temperature.  Sono oltre 8000 i senza tetto che  vivono come possono in alloggi di fortuna: giacigli improvvisati lungo gli argini del Tevere, baracche costruite nella periferia capitolina, intercapedini ricavate in parcheggi e spartitraffico, gallerie naturali in zone appena a ridosso di quartieri centrali. Vivono e muoiono con esistenze precarie .

Come se la vita e la morte fossero il rovescio di una stessa medaglia. E in questa Roma cosi presa dalla velocità dell’esistenza che scorre, bisognerebbe cercare di immaginare che cosa voglia dire patire il freddo e la solitudine e la disperazione per fermarsi un attimo e rompere il muro d’indifferenza che caratterizza il nostro millennio. 

Vivere di stenti vuol dire, morire un po’, ogni giorno, sapendo che la fine è scritta, da qualunque parte si giri la medaglia.  Forse, per questo chi vive nella “città degli invisibili”, quella dei sottopassi, dei cunicoli, preferisce stordirsi, ubriacare la propria esistenza. Come se ogni giorno fosse una vita intera che inizia all’alba, nella speranza che non finisca mai dentro il buio profondo. Viene da domandarsi se nella Roma del terzo millennio sia ancora possibile morire di freddo. Evidentemente sì, quando ad uccidere c’è soprattutto l’indifferenza e l’incapacità di considerare il dramma dei senza fissa dimora, un problema da risolvere adeguatamente. 

Nel momento in cui le temperature tornano ad abbassarsi e la città è gelata dall’inverno, si riaccendono i riflettori sulla questione dell’assistenza che appare insufficiente al numero elevato di persone bisognose di aiuto. Il piano anti freddo della capitale prevede una  stretta collaborazione con le associazioni di volontariato, un programma che prevede un terzo di posti in più per dare accoglienza e ospitalità ai senza dimora.

 

L’emergenza sembra essere in continua espansione ed è direttamente collegata all’aumento delle condizioni di povertà che interessa le fasce più fragili della società.  Molti di questi emarginati sono stranieri, scappati dalla loro terra in cerca di un futuro, la presenza femminile non è indifferente e anche l’età media si è abbassata, per un sempre maggior numero di giovani. 
Il piano anti freddo del Campidoglio appare poco adeguato a coprire l’emergenza, la varie giunte che si sono susseguite ritengono possa esser sufficiente, nelle notti più fredde, aprire i sotto passi della metro per risolvere l’urgenza di chi non sa dove trovare riparo.
Il problema è che in questi sotto passi, molto spesso sporchi e degradati, le temperature sono comunque molto rigide e chi trova riparo, rischia comunque di morire. 
Il freddo nella capitale è arrivato e diventa urgente ragionare su soluzioni alternative che siano in grado di dare assistenza adeguata ai senza fissa dimora ad esempio esistono molti beni comuni, come le caserme o i palazzi pubblici inutilizzati, che potrebbero essere utilizzati per ospitare adeguatamente queste persone. Sarebbe un modo per mettere a disposizione dei più bisognosi il patrimonio del paese che appartiene a tutti e un tentativo di ridare un minimo di dignità a chi vive ai margini della società.  

Perché queste morti gravano come un macigno pesante sulla coscienza di ognuno di noi. Perché non si può ignorare la miseria e l’emarginazione. Perché nel terzo millennio non si può ancora morire di freddo. 

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