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ROMA – E adesso chissà cosa succederà. Se alle promesse e allo sdegno seguiranno provvedimenti. Ma soprattutto se la tempesta che ha scatenato quel filmato che ritrae un ignobile trattamento medico nel centro di accoglienza di Lampedusa, riuscirà a produrre un cambiamento, una trasformazione del modello di accoglienza nel nostro paese.

Restiamo ad aspettare. Ma non siamo i soli. Ad aspettare c’è anche Khalid, il ragazzo siriano che quel filmato ha realizzato e che ora rischia rappresaglie. È prigioniero a Lampedusa Khalid, e questa è la sua storia che raccontiamo brevemente, cominciando da ieri sera alle ore 19.30. Khalid lo hanno tenuto chiuso nel posto di polizia del centro di accoglienza di Lampedusa per un paio d’ore dopo che il video della disinfestazione è andato in onda. Per garantire la sua incolumità. Fuori c’erano degli energumeni a minacciarlo. Ma la rappresaglia era già scattata dalla mattina: “niente sigarette, niente acqua, niente cibo. Niente di niente” dice Khalid. Quel filmato che ritrae uomini costretti a spogliarsi in mezzo al cortile in pieno inverno e annaffiati con un compressore per un ignobile “trattamento anti scabbia”, che Khalid ha girato con il suo cellulare, potrebbe provocare un terremoto nel centro di accoglienza di Lampedusa e sono in molti ad aver paura di perdere il posto. Khalid invece paura non ne ha affatto. Ce lo dice al telefono con grande chiarezza: “non ho fatto del male a nessuno. Ho solo fatto vedere quello che succede e che tutti devono sapere. Ho agito per il bene di tutti, di cosa dovrei aver paura?” Nelle parole di Khalid le tragedie si possono trasformare in racconti divertenti, ha una grande capacità di esorcizzare all’istante i drammi che ha vissuto. Scherza parlando delle denunce che lo tengono inchiodato a Lampedusa, mentre tutti i suoi compagni di viaggio e i migranti arrivati dopo, se ne sono andati. Lui è fermo ad aspettare che il magistrato lo interroghi. “Quando siamo arrivati a Lampedusa la polizia mi ha detto: metti una firma qui per denunciare lo scafista, e io ho firmato. Così aspetto, gli altri passano, mi prendono in giro per quella firma, e se ne vanno”. È rimasto a contare i giorni Khalid, è arrivato il 3 ottobre ed è ancora qui. Sono 27 i migranti nelle sue stesse condizioni. Sette sono eritrei, sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre. Gli occhi di Khalid smettono di sorridere solo quando parla della sua famiglia ancora sotto le bombe di Aleppo. Si arrabbia perché avrebbe dovuto trovare il modo di arrivare in olanda e di farsi raggiungere. Ci mostra le foto di due bimbi piccoli e di sua moglie. È avvocato Khalid, è scritto sul suo passaporto. Sarà per questo che si appassiona alle cause che ritiene giuste. Come quella disinfestazione che sarebbe stato costretto a tollerare in Libia, ma che invece non è riuscito a tollerare a Lampedusa, la porta d’Europa. La terra che doveva rappresentare la fine del viaggio, ma che invece sta diventando l’inizio di un nuovo incubo.

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