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La Crisi del Sud Sudan. Sull’orlo della guerra civile

ROMA – La situazione in Sud Sudan va sempre più aggravandosi. Nelle ultime ore il fuoco ribelle ha colpito due velivoli americani diretti a Bor, capitale dello Jonglei, governatorato del Sud Sudan, ferendo tre dei passeggeri a bordo.

Questi, giunti i soccorsi, sono stati trasportati a Kampala, Uganda, e da lì aviotrasportati a Nairobi, Kenya, per garantirgli le necessarie cure mediche. Uno dei tre statunitensi feriti, stando alle notizie rilasciate, versa in gravi condizioni.

L’attacco, riferisce il colonnello dell’esercito regolare, Philip Aguer, porta sicuramente la firma delle truppe ribelli di Riek Machar, in quanto sono loro ad avere il controllo di Bor e della zona circostante.

Sono ormai sei giorni che i combattimenti imperversano nelle strade del paese, in particolare nella città di Giuba. Scontri che hanno causato almeno 500 morti, 800 feriti e 15mila sfollati. A fronteggiarsi sono unità rivali della guardia presidenziale, facenti riferimento da una parte al capo di stato, Salva Kiir, di etnia dinka, e dall’altra a Riek Machar, l’ex vice presidente cacciato nel luglio di quest’anno, di etnia nuer. Quindi, alla base del conflitto e dei dissapori tra i due membri vertici dello stato, divisioni etniche che mettono radici in tempi decisamente più remoti rispetto alla nascita del giovane stato africano, avvenuta solo nel luglio del 2011.

Sempre oggi, il governo del Sud Sudan si è dichiarato disposto ad aprire un dialogo con le forze ribelli pur di fermare l’incredibile escalation di morti e feriti che sta attanagliando il paese. In particolare ciò che ha portato Kiir a fare tali dichiarazioni è stata la notizia di una rappresaglia effettuata da un gran numero di giovani nuer, nel corso della quale sono stati uccisi a sangue freddo venti civili di etnia dinka che stavano cercando asilo presso la base delle Nazioni Unite.

L’Onu ha dichiarato che, dall’inizio dei disordini, presso le loro basi dislocate sul territorio, sono accorse ben 34000 persone alla ricerca di un rifugio sicuro, di cui 20000 solo nelle due basi della capitale. Numeri che non passano di certo inosservati alla comunità internazionale, la quale ha cominciato ad intervenire in merito alla vicenda del Sud Sudan. Secondo voci ufficiali, Kiir si sarebbe incontrato con i ministri degli esteri dei paesi confinanti, Etiopia e Kenya in primis, intervenuti per stemperare il clima di tensione creatosi durante la settimana trascorsa. 

Nella notte di giovedì, invece, il presidente dello stato africano, ha ricevuto la telefonata del Segretario di Stato americano, John Kerry, che lo ha esortato a proteggere tutti i cittadini e a provvedere ad una rapida riconciliazione con i ribelli.  Le varie ambasciate presenti sul territorio, nel frattempo, stanno lavorando per far espatriare i propri cittadini

 

Non solo divergenze etniche 

Uno dei punti nevralgici del paese risiede nel governatorato di Unità, regione dove risiede la stragrande maggioranza dei campi petroliferi di tutto il Sud Sudan. Stando a quanto riferito dall’agenzia di news AP, gruppi armati dell’opposizione nuer, sarebbero già in possesso di qualche giacimento. Proprio il petrolio potrebbe rappresentare “la chiave di volta per risolvere la crisi dilagante nel paese”, afferma la Global Witness, agenzia inglese che si occupa di studiare metodi volti a prevenire conflitti legati allo sfruttamento di risorse naturali. Secondo l’agenzia “non dovrebbe essere trascurato il ruolo giocato dal petrolio nell’aggravare la situazione presente in Sud Sudan, dato che, qualora riuscissero ad impossessarsi di un buon numero di giacimenti, i ribelli potrebbero tenere tranquillamente sotto scacco il governo di Kiir”. 

Questo anche perché il 99 per cento delle entrate del governo proviene proprio dai ricavi della vendita dell’oro nero.

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