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Mulhem Barakat, la vittima n.16 in Siria tra gli operatori dell’informazione nel 2013

ROMA – Hanno ritrovato la sua macchina fotografica a terra, sporca di sangue. E dentro le immagini dell’ultima battaglia, davanti all’ospedale Kindi di Aleppo. Mulhem Barakat è morto così, come un vero grande reporter, ma non aveva ancora compiuto diciotto anni.

E’ la vittima n.16 in Siria tra gli operatori dell’informazione quest’anno, la n.36 dall’inizio della rivolta. Mulhem era uno dei tanti free lance: adorava fare foto della vita quotidiana del suo Paese insanguinato. Talmente bravo che l’aveva ingaggiato da poco la Reuters, una delle più grandi agenzie del mondo, ma da quel che si sa, continuava a pagarlo solo per le immagini pubblicate sulla stampa internazionale. Così, Mulhem aveva deciso, un po’ per mestiere e un po’ come siriano, di seguire l’altrettanto giovane fratello, Mustafa, un ribelle appena più grande, in una delle battaglie più difficili contro i soldati del regime, per la riconquista di un ospedale strategico. Sono morti entrambi i fratelli, la notte del 20 dicembre. Per Mulhem un riconoscimento doloroso di cui non potrà mai godere: il suo nome nella lunga lista delle vittime, come un reporter vero.

Una lista, quella dei giornalisti morti in tutto il mondo, superiore purtroppo a quella fornita da alcune associazioni. Secondo il Pec (Press Emblem Campaign) che è sicuramente il più preciso e documentato, i reporter morti quest’anno sono già arrivati a 124, un numero che conferma una tragica media, e quando ancora il 2013 non è finito. Una lista che vede in testa, come detto, la Siria con 16 vittime, seguita da Pakistan (14), Filippine (11), Iraq e India (9), Somalia (8) ed Egitto (6). Testimoni di guerre “recenti” ma anche “antiche”, mai finite come in Iraq dove – dieci anni dopo – si continua a morire.

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