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Teatro Arcobaleno. Il gobbo delle nostre dame. Parodia dei Pandemonium

È da un decennio che l’umorismo insegue Victor Hugo e Riccardo Cocciante per diventare protagonista di una congegnatissima parodia di una delle opera più amate alla quale, a distanza di secoli, l’uno e l’altro hanno lavorato, ed è esattamente un decennio che nei teatri di tutta Italia che la comicità in musica riesce a prendere felicemente piede nell’estrosa interpretazione de “Il gobbo di Notre Dame” da parte di uno dei gruppi italiani più amati ed affiatati sulla scena: i Pandemonium.

Una carrellata di successi d’autore, nell’80% dei quali primeggiano gli evergreen dello stesso Cocciante, sono l’escamotage della stesura di una traslazione dell’opera drammaturgica, e dell’analogo musical su Quasimodo, che – firmata da Geppi Di Stasio, Gianni Mauro, Gian Michele Meloni e Mariano Perrella, vede rincorrersi sul palco del Teatro Arcobaleno di Roma (fino al 12 gennaio) azioni, canzoni, danze, monologhi, acrobazie e tanto divertimento. “Il gobbo delle nostre dame” è infatti una sorta di musical con tanti cambi di costume, effetti scenici e di luci, ma vive anche di una tessitura drammaturgica parallela all’originale che se da un lato aspira a toni didattico-seriosi, dall’altra solletica le orecchie per la conciliante armonizzazione di melodie e testi riadattati e l’afflato sonoro (vocale in primis) dei protagonisti in scena (cioè Gianna Carlotta, Annarita Pirastu e Patrizia Tapparelli nei panni delle tre dame attempate, Mariano Perrella nelle vesti dell’arcidiacono Frollo e Gianni Mauro in quelle del goppo-poppante.

L’elemento scolastico fuorviante è segnato fin dall’inizio dalla presenza di una coordinatrice narrativa, interpretata della brava Barbara Begala, che illustra i termini dell’azione e ne spiega scientificamente le motivazioni parodistiche, ma smorzando e sbeffeggiando gradualmente il dipanarsi della vicenda fino a rivoltarne il finale a suo modo: apprezzabili tanto le sue doti grottesche stile Anna Marchesini quanto, principalmente, le caratterizzazioni drammatiche di una Lady Macbeth fuori contesto, ma altamente incisiva. E tuttavia, sempre dall’inizio, la presentazione caricaturale (fisica e verbale) dei protagonisti come anche i dialoghi cantati a mo’ di sfottò buonistico riportano sui binari della corretta parodia letteraria l’azione del povero Quasimodo la cui gobba è così formata da uno smeraldo che tutti si contendono, spostando l’asse dell’itinerario drammaturgico dall’amore di una zingara (Esmeralda, evocata da Giulia Costanzo, fa solo qualche fugace apparizione in scena) all’avida aspirazione del gioiello. 

Vicissitudini rocambolesche, guai di salute bronchiale (il gobbo, afflitto dall’asma, cerca attraverso i rimedi più strani) e pericolosi legami edipici (l’apparizione della madre naturale di Quasimodo è un astuto colpo di scena rivelatore) condiscono lo spettacolo di un ritmo continuo che non potrebbe respirare senza l’accurata selezione musicale inglobante ballate, quadriglie, ritmi da tarantella e tanto musical. Se la “Belle” di “Notre Dame de Paris” diventa “Bello”, riferito al gobbo smeraldato,  “Margherita”, “Bella senz’anima”, “Cervo a primavera”, “In bicicletta” e “Io canto” dello stesso Cocciante sono asservite a specifiche funzioni drammaturgiche. Se “Sincerità” fa rima con “Castità” e in “Per un amico in più” una campana diventa meglio di una vecchia sottana, la frenesia ludica della citazione in musica – elemento costante dell’intera vicenda – si diverte con il romanticismo pop – il “feeling” passa dalla questione Mina-Cocciante all’inconfondibile melodia di Morris Albert  – ma anche con gli anni Sessanta de “Il mondo” di Fontana o “Azzurro” di Celentano, con la canzone d’autore di De André (“Don Rafaè”), con la Napoli più classica (“A’ Camesella”, “Spingule francese” e “Funiculì-Funiculà”) e addirittura con l’opera lirica,dal dongiovannesco mozartiano “Là ci darem la mano” alla più gelida manina bohemienne di Puccini con la quale le corde vocali delle attrici-cantanti sono messe ad una eclettica prova diaframmatica, perfettamente riuscita. Perfino nel finale hitchcockiano volutamente fuori luogo si riesce a notare una coerenza con lo spirito che anima questo “Gobbo”: proprio perché vuole essere uno spettacolo senza pretese, la scommessa dei Pandemonium è un’operazione vincente che lascia il sorriso e al contempo un alone di velata nostalgia per le belle canzoni di un tempo che fu.

 

IL GOBBO DELLE NOSTRE DAME
di Geppi Di Stasio, Giammichele Meloni, Mariano Perrella
con I Pandemonium
e con Barbara Begala, Giulia Costanzo

Dal 27 dicembre 2013 al 12 gennaio 2014
Teatro Arcobaleno

Via F. Redi 1/A – Roma

http://www.teatroarcobaleno.it

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