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Cosa inquieta Tito Boeri?

ROMA – Ci siamo inoltrati con interesse nella lettura dell’intervento di Tito Boeri su “la Repubblica”  sulle vicende Fiat, Electrolux e dintorni, attratti dalla acuta attualità del tema, ma anche, non di meno, dall’incipit in cui l’autore dichiara il proprio rammarico per il  travaglio (“feroci lotte intestine”, dice) con cui la CGIL si sta avviando al prossimo Congresso Confederale. 

Condividiamo il rammarico. Anche perché, osservando da una certa distanza, non ci è facile comprenderne le ragioni. 

Abbiamo pensato: anche Boeri intenderà denunciare la grave assenza, ormai da qualche decennio in Italia, di ogni parvenza di politica industriale. Intenderà sollecitare le Confederazioni Sindacali, Confindustria, e soprattutto il Parlamento e il Governo a dimostrarsi effettivamente consapevoli di questo sconcertante vuoto, tanto più a fronte di vicende urgentissime e gravi come quelle citate in premessa e nel titolo dell’articolo stesso. Intenderà chiamare ciascuno a responsabilità affinché il “sistema paese” non scivoli ulteriormente fuori da settori fondamentali delle catene manifatturiere e della stessa industria di base. Spenderà la propria autorevolezza di stimato economista per interrogare tutti sull’anomalia di una fra le economie manifatturiere più importanti del mondo che si inoltra sempre più, e nell’indifferenza di molti, verso un orizzonte di fantomatico “post-industriale” che, tutt’al più, relegherebbe la nostra economia nelle retrovie delle tanto temute classifiche internazionali.

Ci saremmo anche attesi che il “nostro” gettasse almeno uno sguardo a come in altri paesi europei i governi non siano altrettanto assenti a proposito di destino e prospettive del proprio apparato industriale (ricordiamo l’intervento della Merkel qualche anno fa a fronte della possibilità che Fiat acquisisse Opel?). Boeri queste cose le sa.  

 

Invece no. Boeri ha fatto un po’ di conti. Ci ha dimostrato che Marchionne è bravo a fare finanza (peccato che sia a.d. di un grande gruppo industriale, non di una finanziaria). E che in Polonia gli operai costano meno, percepiscono un salario inferiore (per ora, ma noi siamo sulla buona strada!) e hanno meno diritti.

Quindi – ci ha ammonito Boeri – il mondo va così, bisogna farsene una ragione. E il sindacato – anzi, i lavoratori – per parte loro, non possono che fare quello che si può, azienda per azienda; prendendo atto dei conti che, di volta in volta, qualcuno gli illustrerà (magari qualche economista-consulente d’impresa).

Giunti verso la fine della lettura ci siamo posti una domanda: ma dunque perché mai Boeri si dichiara rammaricato di una discussione alquanto sgangherata in CGIL? Nella sua “visione” che bisogno c’è del sindacalismo confederale? basta una rappresentanza qualunque che, azienda per azienda, provi a limitare il danno, per quanto possibile. Abbiamo scorso le ultime righe dell’articolo sperando di trovare una risposta a questa domanda. Invece no, non l’abbiamo trovata.

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