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Stress di generazione per i giovani senza lavoro

Allevati per essere globali e flessibili, costretti all’emarginazione e alla frustrazione

 

ROMA – Le pagine dei quotidiani nazionali sono spesso “tappezzate” di articoli che evidenziano come il fenomeno della disoccupazione giovanile stia assumendo nel nostro Paese dimensioni e caratteristiche inquietanti.

Se in Europa la proporzione dei giovani under-25 che non riesce a trovare un lavoro è uno su quattro, in Italia e Portogallo diventa 1 su tre per poi superare La drammatica soglia del 50% in Grecia e in Spagna. Secondo l’Istat il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati o disoccupati) è pari al 41,2%, in aumento di circa 0,7 punti percentuali rispetto al novembre scorso e di ben 4,8 punti nei dodici mesi precedenti. Il terzo trimestre dell’anno appena trascorso ha segnato un nuovo record: i ragazzi tra i 18 e i 29 anni che non hanno un lavoro hanno raggiunto il milione, vale a dire oltre un disoccupato su tre ha meno di 30 anni. 

Complessivamente oggi il numero di giovani disoccupati è di 663 mila, circa novemila in più rispetto a settembre 2013 e 35 mila in più in confronto a ottobre 2012. Aumenta inoltre – e questo rappresenta il segnale più inquietante – il numero degli scoraggiati, cioè coloro che pur essendo disoccupati un lavoro non lo cercano più perché ritengono di non trovarlo. Costoro sono ben 1 milione 901 mila su base trimestrale. In netto calo, probabilmente a causa della poco provvidenziale riforma Fornero, anche il numero di precari occupati. I lavoratori dipendenti a tempo determinato e i collaboratori che hanno un lavoro sono 2 milioni e 624 mila nel trimestre, anche loro in calo di 253 mila unità rispetto all’ottobre del 2012. 

Sembra quasi che i ragazzi, inseguendo un ideale d’impiego ormai irraggiungibile, decidano di gettare la spugna, rinunciando a mettersi in gioco consapevoli che ad aspettarli ci sono solo posti precari e mal pagati.

Curioso è il fatto che condividiamo questo primato di abbandono della ricerca di occupazione non con altri Paesi dell’area Euro o quantomeno appartenenti al vecchio continente, ma con la lontanissima Corea del Sud. Sono molti infatti i giovani sud coreani che, dopo aver conseguito una laurea e dopo aver invano inviato i propri curricula a centinaia di aziende ed istituzioni, hanno deciso di arrendersi. Le loro scelte di vita, gli studi, gli interessi, la necessità di padroneggiare l’inglese, tutto fin dall’adolescenza era stato orientato a compiere quelle scelte, magari non del tutto congeniali, ma ritenute comunemente strategiche per accaparrarsi una buona occupazione. Ora il panico, la consapevolezza di come in realtà avere le carte in regola da un punto di vista accademico non fosse comunque sufficiente a trovare un lavoro degno di questo nome e la certezza che il loro percorso sarebbe stato costantemente in salita rispetto a quello dei genitori, vissuti in un’epoca caratterizzata da una rapida industrializzazione, in cui il lavoro abbondava. E’ come se, lo sanno bene anche i giovani Italiani, o almeno quelli che si sono cimentati con il nuovo mercato del lavoro globalizzato, il meccanismo di sviluppo e ascesa sociale si fosse improvvisamente ed irrimediabilmente inceppato. Investire sulla formazione, almeno a breve termine, non è necessariamente garanzia di successo. A ciò e alle oggettive difficoltà che si incontrano nella ricerca di occupazione va probabilmente aggiunta la paura di fallire che angoscia molti giovani, che da un lato si sentono professionalmente adeguati, ma dall’altro toccano drammaticamente con mano la distanza che separa le loro aspettative da quanto poi riescono a realizzare sul campo. Questa forma di autodifesa, questa sorta di blocco psicologico a rigettarsi nella mischia, produce danni irreparabili non solo agli individui e alla generazione a cui appartengono, ma all’intero Paese. Non entrare nel tessuto produttivo della società in cui si vive significa essere isolati, regredire socialmente e probabilmente anche intellettualmente. Forse l’unica risposta ad un problema che rischia di assumere dimensioni ingestibili è quella di creare nuove reti di solidarietà sociale che più che sull’assistenzialismo facciano leva su modelli di inserimento sostenibile nel mondo del lavoro, sboccando il meccanismo della crescita sociale.

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