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La Stima

Cosa ci porta a dire che stimiamo una persona? Esiste ancora la stima in questo mondo dove Homo Homini Lupus? In questo mondo fatto di palleggi di responsabilità, caratteristiche come la  coerenza, la serietà e il rispetto potrebbero essere già valide per stimare qualcuno? Forse.

Mi sono interrogata, messa alle strette mi sono chiesta se c’era qualcuno che stimavo realmente. Tralasciando i troppo citati genitori che rappresentano un refugium peccatorum per tutti quelli che cercano di svignarsela di fronte a questa domanda, ho passato in rassegna un gran numero di gente che conosco. Ne ho trovate di meritevolissime, devo ammetterlo. Ho ripensato ad una cara amica di famiglia che a diciannove anni si è rimboccata le maniche per pagarsi gli studi universitari, all’interno dell’ospizio dove lavorava, tra flebo e pannoloni, è riuscita a preparare i suoi esami e a laurearsi. Poi ho pensato ad una vicina di casa che dopo la morte dal marito ha saputo allevare con amore i suoi quattro figli facendo loro da madre e da padre. E ho ripensato a chi ha lasciato la sua casa, le sue radici per trovare un lavoro, per realizzarsi, per aiutare gli altri. A tutte quelle persone che la mattina si alzano e affrontano la vita, c’è chi sale su un ponteggio e a chi opera in ospedale; per tutta, proprio per tutta questa gente io nutro un forte rispetto.  Però no, ancora non ci siamo, ancora c’è quella piccola sfumatura tra il rispetto e la stima che non riesco a trovare. C’è qualcosa che va oltre, oltre il senso del dovere, oltre quello di responsabilità, c’è  una grandezza d’animo non sempre facile da cogliere, non sempre facile da raccontare. Eppure, forse, io l’ho trovata.  Mi addentro in una materia lontana da me, un qualcosa attorno alla quale gira un’aura di mistero, una storia che si racchiude in tre parole. “ Domenico Petruccioli. Poeta”                                                 

  Chi è costui? Chi è questo poeta? È il mio bisnonno. È facile intuire che io quest’uomo non l’abbia mai conosciuto, o meglio, conosciuto di persona, perché la sua memoria è viva tuttora nel ricordo della sua famiglia, nei discorsi di chi lo ha incontrato e nei suoi scritti così semplici ma così carichi di significato.

Perché ho scelto lui? Potrebbe essere un bisnonno come tanti, di quelli che ritrovi nelle foto in bianco e nero, uomini semplici che vivevano con poco ma forti e vigorosi come gli alberi dei loro campi. Eppure questo uomo, piccolo di statura e dallo sguardo vivo, dei campi non ne ha voluto sapere un bel niente  e con il nulla in tasca è partito per gli Usa. Si penserà alla classica emigrazione di cui tanto si è parlato e si parla. No, lui partì per inseguire un sogno: diventare un attore. Come posso non stimare un uomo nato nel lontano 1892 in un paesino povero e arretrato che decide di lasciare quel poco che ha per inseguire quello in cui crede? Erano tempi lontani, diversi, dove si viveva alla giornata, dove il massimo era sposarsi e vivere con semplicità senza chiedere alla vita troppe pretese. No, non gli bastava. Si aggregò ad una compagnia teatrale, diventò artista di strada, poi ci fu l’esperienza al Metropolitan di New York: lui nel coro di Caruso. E chi lo avrebbe mai detto che dalla terra brulla del suo paese si sarebbe ritrovato lì. Ci furono anni di agiatezza economica, riscatti, un matrimonio forse non troppo desiderato che però gli diede tempo e soldi per dedicarsi ai suoi scritti. Ma qualche mossa sbagliata gli costò cara e per paura di ritorsioni mafiose fu costretto a tornare in Italia.Nonostante la povertà derivata dalla guerra continuò a scrivere poesie e introdusse nella Jelsi del suo tempo un’esperienza unica per tutta la gente dell’epoca: il teatro. Riuscì  a mobilitare l’intero paese con le sue rappresentazioni.

Anche il suo impegno politico (si iscrive al Partito Comunista Italiano) si rivelò nella sua poesia, come dimostra Lo strano sogno, poesia che venne recitata e fatta imparare a memoria ai suoi figli ma che non venne mai scritta per paura della censura e che ricorda in parte la Divina Commedia di Dante. La sua vita è ben riassunta nell’ epitaffio scritto sulla sua lapide, dettato ai suoi figli in punto di morte nel gennaio del 1966, dopo aver chiesto l’ultima sigaretta: “Qui giace un nullatenente che fece divertire tutta la gente. La morte fatale lo colpì ed ora riposa qui”.

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