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Venezia, si accende la battaglia sul dialetto delle calli

Sui “nizioleti”, cioé le targhe stradali, divampa il dibattito: è giusto italianizzare quelli tradizionali?

 

ROMA – Si può “italianizzare” il veneziano? Quando a dicembre 2013 il comune di Venezia ha deciso di riscrivere i “nizioleti”, le tipiche indicazioni stradali che da sempre caratterizzano la città, ha pensato di sì: questi peculiari cartelli, che in realtà cartelli non sono, bensì rettangoli dipinti in nero su bianco direttamente sull’intonaco delle mura di case e palazzi, a mo’ di affresco, hanno sempre riportato i nomi di strade, canali, calli, campi, parrocchie, sestieri rigorosamente in dialetto veneziano; il che vuol dire, soprattutto, senza le doppie consonanti. Ma, a dicembre, dopo i primi rifacimenti (ogni tanto le scritte vanno “ripassate”, perché sbiadiscono), le doppie lettere sono improvvisamente comparse. E qualcuno, purista o tradizionalista, che dir si voglia, si è armato di vernice nera e, ove possibile, ha cancellato, o meglio, imbrattato le lettere “di troppo”. 

Referendum. Si è acceso un dibattito tra istituzioni, cittadini, studiosi della lingua, tanto che “Il Gazzettino” di Venezia ha lanciato pure un sondaggio, per capire l’orientamento dei lettori. E il 24 marzo 2014, arriva anche l’opinione di Luca Zaia, preseidente della regione Veneto: «Venezia ha una struttura urbana speciale, un suo “stradario” e una propria toponomastica, sviluppatisi nel tempo e sicuramente singolari, ma per ciò ancor più meritevoli di tutela e semmai di valorizzazione, piuttosto che di annichilimento in una “normalità” che non le appartiene neanche un po’». 

Le doppie, il cui inserimento è stato deciso dall’assessorato alla toponomastica del comune di venezia, sono state prontamente “cancellate”.

La peculiarità. Si vuole normalizzare tutto, dunque. Ma Zaia si unisce a chi non ci sta, e vuole preservare la cultura e la storia dei “nizioeti”, che in veneziano vuol dire “lenzuolino”, di cui a Venezia se ne contano oltre quattromila. Le città hanno dei loro segni, e una loro anima. E, nello specifico, «Venezia non ha i cartelli toponomastici delle altre città, che hanno una loro forma standardizzata e sono collocati agli angoli delle strade su pali metallici, sostituiti appunto dai “nizioeti”».

Le modifiche. A decidere per l’“italianizzazione” è stata un’apposita commissione, preposta al loro rifacimento. Così, “Rio terà”, cioè una calle realizzata su un rio interrato, è diventata “rio terrà”; “parucheta” è diventato “parrucchetta”; e di esempi ce ne sono ancora tanti, tutto laddove il veneziano usa le doppie con grande parsimonia e per precisi motivi. Questi cambiamenti equivalgono a vere e proprie forzatura della lingua; sarebbe come cambiare “Santa Crose” in “Santa Croce”, o “San Zan Degolà” in “San Giovanni Battista Decollato”. La storia. «È una vicenda solo apparentemente “piccola”, perché ha il sapore di un autentico esproprio culturale», spiega Zaia, «operato in nome di non si sa bene quale dotto principio più o meno linguistico, che avvilisce l’identità di una città che non ha solo secoli di storia ma è stata fulcro di civiltà nel mondo, governata dalla Repubblica più longeva dell’umanità».

Scivoloni? Poi, Zaia si fa forse prendere un po’ la mano, e ne approfitta per aggiungere: «È una vicenda che sembra riproporre l’imposizione dell’uso dell’italiano a quei cittadini della nostra Repubblica che hanno una cultura tedesca, slovena, ladina o di altro retaggio storico. Ben venga dunque il referendum proposto dal “Gazzettino”, e speriamo che abbia anche un seguito».

«La lingua veneta non esiste». «Per avere un criterio omogeneo per i “nizioleti”, l’unico dato certo era il Catasto», spiega al “Fatto Quotidiano” Tiziana Agostini, assessora alla toponomastica del comune di Venezia, che ha dato il via al progetto. «Le altre versioni erano italianizzate, come quelle austriache o francesi, oppure poco chiare. A fare polemica sono persone che in veneziano non si esprimono. Parlano di veneto, ma la lingua veneta non esiste. Esiste una koiné veneta, che si diversifica nelle desinenze e nell’uso delle vocali, come dice Dante, nel De vulgari eloquentia».

Scontri filologici. «Si ha quasi l’impressione che a passare sui “nizioleti” sia stata la maestrina dalla penna rossa con parecchi scrupoli ortografici», scrive il linguista e accademico Lorenzo Tomasin, professore di Storia della Lingua italiana all’Università di Losanna ed ex docente di Ca’ Foscari. A dispetto di ciò che può sembrare da queste sue parole però, Tomasin difende la scelta dell’amministrazione. «Può sembrare, ma non è così. » Non lo è certo per le doppie che, quando il veneziano era una lingua largamente scritta, conservava spesso nei testi dando luogo a uno scollamento tra grafia e pronuncia, che è perfettamente naturale in tutte le lingue di cultura che siano anche lingue vive». Come finirà?

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