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“Hannah Arendt.” Un grande film: democrazia, autonomia culturale, politica, ritrovano un senso. Forse per questo quasi lo ignoriamo

ROMA – Arrivo in ritardo,lo so. Ma trovo inspiegabile il poco spazio  , di attenzione e discussione, concesso al film” Hanna Arendt “di Margarita Von Trotta. Di una lucidità lancinante. Come spesso accade alla grande regista tedesca.

E’ un film denso e mastodontico nella capacità di inchiodarti ad un ragionamento essenziale per la vita di ognuno di noi: appartenere a chi e perchè?

La storia è nota.

In particolare il film si concentra sul famosissimo saggio sulla Banalità del demale scritto per il New Yorker dalla filosofa tedesca sul processo ad Eichman.Un evento che aprì le porte alla globalizzazione dei media.

E sopratutto squarciò il velo sull’allora inviolabile e solenne sensibilità delle origini della Shoà.Ricordiamoci: siamo nel 1961, il mondo è diviso dalla guerra fredda.L’unione sovietico si  configura come l’impero del male,.E’ l’anno del muro di Berlino.  Hanna Arendt sceglie Eichman per fare i conti con se stessa.In particolare con il suo legame con il filosofo Heidgger , maturato nel chiuso delle biblioteche di Heidelberg, che ambiguamente rimaneva padre dello spiritualismo occidentale pur avendo avuto documentati cedimenti rispetto al nazismo. Un uomo che occupò con la sua mente tutta l’emotività della giovane talentuosa Harendt che ne divenne  competitiva discepola e amante.

Crescita e trasformazione del rapporto fra stato e individuo

Attorno a quella lucida passione raziocinante bruciavano i miti dell’occidente: l’autonomia della ragione, il ruolo dell’individuo, il protagonismo delle masse, il senso della democrazia, la questione sociale, la finalità della politica.A rileggere temi e ragionamenti non siamo lontani dalla crisi della democrazia che lamentiamo oggi.E’ l’ennesima conferma che non di crisi regressiva si tratta ma di un’ennesima straordinaria crescita e trasformazione del rapporto fra stato e individuo.

 

Hanna Arendt è ebrea, internata, fuggiasca e poi riparata negli USA, pur rimanendo apolide per molti anni.

E’ passata accanto al movimento marxista senza fermarsi o piegarsi.Ma non per quersto si è girata dall’altra parte.Proprio la sua precaria identità nazionale, e la sua separatezza dai due blocchi, quel suo esser figlia del mondo ma non parte di una comunità esclusiva, la costringeva ad affrontare un altro nodo fondante della sua personalità: il rapporto con il popolo ebraico, con quella straziante storia, con i sei milioni di vittime.E sopratutto che rapporto con le ragioni dell’olocausto.la filosofa ha  un libro con cui ha regolato i conti con il ‘900: Le Origini del Totalitarismo.

 

L democrazia non tollera deleghe di massa a nessuno 

 

 

 

Un libro che ci parla ancora oggi , raccontandoci come le democrazia non tolleri deleghe di massa a nessuno , nemmeno al popolo come entità mitologica, ma che ogni istituzione democratica debba avere al suo interno , nella sua funzione di rappresentanza, un anti corpo, una contro organizzazione che la controlli e alimenti.La Arendt in questo si trovava vicino alle tematiche consigliari del filono operasio anti stalinista. Ma sopratutto anticipa le nuove forme di autonomia degli individui che si raccolgono, spontaneamente in convergenze occasionali costruite con la rete.Da quel libro la Arendt ricava una straordinaria autonomia culturale sia rispetto all’atlantismo americano sia rispetto al plumbeo richiamo sovietista. La sua modernità sta proprio nell’usare l’individuo come motore di socialità e non di egoismo utilitaristico.

 

Chiave del film è una battuta che illumina questo groviglio filosofico.Dopo la pubblicazione del suo saggio, che come si sà, smitizza il demoniaco alone che circondava i responsabhili del nazismo, individuando forme di meccanicità del male persino nelle sue estreme espressioni, come fu la Shoà ,la Arendt venne duramente villipesa dall’intellettualità ebraica e occidentale, così come attaccata dalla cultura marxista.Entrambi i filoni convergevano nell’accusarla di filo nazismo, rinfocolando il dolore della sua relazione passata con Heidegger.

 

La Arendt si difese come un leone, affermando per tutta la sua vita successiva, muore nel 1975, l’ambizione della sua autonomia intellettuale. Nel film, rispondendo alle accuse che gli vengono da uno dei suoi più cari amici , residente a Tel Aviv,  che le ricorda la sua origine ebraica e il suo legame con il popolo di Israele,la Arendt chiede: “ma perchè devo voler bene al popolo ebraico? io voglio bene ai miei amici”

Una risposta che contiene tutto il conflitto del ‘900, basato sull’appartenenza e la finalizzazione: Perchè volevamo bene al popolo russo? perchè volevamo bene al movimento operaio?

 L’unica risposta era: per il socialismo,per la rivoluzione

 L’unica risposta era:per il socialismo,per la rivoluzioneL’unico rispoista che lega queste domande era: per il socialismo. Ossia per la rivoluzione, perchè dobbiamo stare con chi sta da quersta parte della barricata. 

Ma oggi? perchè? qual’è la barricata? c’è un fine in nome del quale dimenticare il gulag o le mazzette? c’è un orizzonte in cui si sciolgono le mediocrità di chi ci sta di fianco?  Oppure, è solo con un laico rapporto, individuale, momentaneo, con ognuno di quelli che ci passano accanto, che si misura e costruisce un fronte di persone al cui vale la pena di voler bene?

E’ un tema che non oso affrrontare con la sicumera  solita.

Le mie cantine sono piene di carte che mi dicono che  ho regalato tonnellate di affetto  a gente che non conoscevo solo perchè credevo che spingessero il sole in un’altra direzione, insieme a me. Dopo l’ennesima eclisse mi chiedo se non sia copernicanamente il momento di constatare che il sole sta fermo e che siamo noi, popolo della terra, a doverci muovere, ognuno con i suoi amici del momento.E molto più faticoso. ma al meno sapremo rispondere quando ci chiederanno ma perchè hai sventolato quella bandiera?

Grazie Hanna.Ti voglio bene.

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