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Commercio, le liberalizzazioni non rilanciano i consumi #regolarizziamoci

ROMA – “Gli 80 euro in busta paga serviranno a rilanciare i consumi, o pagare i debiti pregressi?” è la domanda che si sta chiedendo, con un po’ di timore, la Filcams, categoria della Cgil impegnata nella tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio.

Già con i governi passati, eccessive visioni e deduzioni semplicistiche hanno portato a sostenere interventi che si sono rivelati poi insoddisfacenti, se non addirittura dannosi. Le totali liberalizzazioni delle aperture commerciali del Governo Monti che avrebbero dovuto rilanciare i consumi e creare occupazione, hanno solamente contribuito a diffondere l’abitudine di recarsi al centro commerciale nel tempo libero e nelle festività, per farlo diventare luogo di ritrovo e “cultura” svuotando i centri storici, ormai privi di qualsiasi tipo di investimento per la socialità, senza incrementare “gli scontrini”.

Secondo quanto emerge la conferma di molti dal report annuale sull’“Osservatorio sul terziario di mercato” del Comitato Tecnico Scientifico del Centro studi sociali della Filcams Cgil, il commercio è segnato dal calo dei consumi delle famiglie: dal livello più alto raggiunto nel 2007, a quello più basso, raggiunto nel 3° trimestre del 2013, essi si sono ridotti in termini reali del 7,3%. Una congiuntura che ha portato una contrazione delle vendite soprattutto nel comparto non alimentare, diminuite del 4,6%, contro una calo di 2 punti dei prodotti alimentari. Le piccole imprese hanno risentito più delle grandi, ed alcuni formati, in particolare l’ipermercato, stanno affrontando un periodo particolarmente difficile.

Dinamiche che ovviamente si sono riversate sull’occupazione; nel periodo compreso fra il 2007, e il 2012 il settore commerciale ha perso nel complesso 134 mila unità (-4%), che sono però il risultato di una riduzione di 152 mila unita indipendenti e una crescita di 18 mila unità dipendenti. In termini di occupati (numero di individui impiegati a prescindere dalla prestazione lavorativa), la perdita nel periodo risulta più contenuta, 57,3 mila unità (-1,7%), da ascrivere interamente agli indipendenti. Il diverso andamento di unità di lavoro e occupati è spiegabile sia con una maggiore diffusione del part-time sia con una riduzione delle prestazioni straordinarie. In molte aziende su cui impattano le liberalizzazioni, negli ultimi anni si lavora meno ore, spesso con ricorso agli ammortizzatori sociali: l’occupazione è tendenzialmente diminuita.

Se dopo più due anni, la normativa non ha prodotto i risultati ipotizzati, ne in termini di occupazione ne di consumi; se ci sono ben 4 proposte di modifica della legge, avanzate da diverse correnti politiche, di cui una promossa da Confesercenti, tramite una raccolta firme, perchè le liberalizzazioni stanno danneggiando i piccoli esercenti; se ad aumentare è stato solo il disagio e lo stress delle lavoratrici e dei lavoratori del settore, costretti ad accettare turni sempre più scomodi e diversificati, senza straordinari; non sarà giunto il momento di rimettere in discussione la programmazione delle aperture e trovare soluzioni diverse tramite la concertazione delle parti coinvolte?

Si continua a percorrere, come per inerzia, la strada del sempre aperto, anche se non concretamente produttiva; ci si trascina l’uno con l’altro, come se ormai non si potesse più porre fine a questa tendenza, o in qualche modo ridefinirla.

La Filcams Cgil, da anni impegnata in questa battaglia, continua a sostenere la propria contrarietà alla totale delle liberalizzazioni degli orari commerciali, ma vuole farsi promotrice di una programmazione che possa soddisfare le esigenze di tutti, in una dimensione più umana e meno frenetica, rispettando le “necessità” delle aziende, senza però danneggiare le tutele e i diritti dei lavoratori.

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