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Alitalia. Il sofferto accordo con Etihad non decolla. Trattativa in versione liberista

ROMA – Continua  la telenovelas Alitalia e questa volta non servono annunci e proclami perchè la situazione si fa sempre più drammatica. C’è poco da twittare frasi ottimistiche come ha fatto oggi il premier Matteo Renzi rispondendo a un follower che gli chiedeva perchè  non siamo in grado di risollevare Alitalia dopo che noi  contribuenti abbiamo investito miliardi in questa azienda.

“Siamo in grado, siamo in grado” ha replicato l’ex sindaco di Firenze. In che modo non è dato a sapere, visto che parliamo di un’azienda privata, per la quale lo Stato si è già accollato tutti i costi della cosiddetta bad company con tanto di cassaintegrati e rami d’azienda caduti nell’oblio.

Indubbio che il governo in questo delicatissimo settore sta dimostrando tutta la sua vulnerabilità anche e soprattutto in mancanza di un piano nazionale del trasporto aereo che possa dettare regole certe, o meglio fungere da criterio dal quale partire in una trattativa che invece si rivela  in versione  “liberista” e fin troppo “permissiva”, come accadde nel 2008.

Proprio in mancanza di questo importante elemento Etihad ci ha “marciato”, come si suol dire in gergo. Ha fatto il bello e il cattivo tempo, illudendo prima e tradendo poi tutte le più rosee aspettative. Prima ha coccolato il suo presunto alleato facendo credere che tutto filava liscio – ha addirittura mandato i suoi  a Fiumicino per abituarsi al clima romano del Centro direzionale –  e poi, quasi in dirittura d’arrivo, ha sterzato in un testa coda rocambolesco cambiando improvvisamente direzione e strategia. Ora, da quanto emerge, Etihad, fa la voce grossa, chiede la liberalizzazione degli slot di Linate, pretende l’alta velocità per collegare l’aeroporto di Fiumicino e la possibilità di entrare nel capitale di aeroporti di Roma, ovvero nel cuore  delle infrastrutture aeroportuali. Ma non solo. Etihad vuole di più e punta dritta sul costo del lavoro, ovvero sull’agnello sacrificale del compromesso, che poi sono sempre i lavoratori. Tre mila unità sarebbero a rischio – anche se il ministro ai Trasporti, Maurizio Lupi, ha negato di essere a conoscenza di un ammontare di esuberi – per un risparmio pari a 40 milioni di euro dei restanti 128  individuati dal piano industriale dell’amministratore delegato Gabriele Del Torchio. E proprio quest’ultimo oggi ha  incontrato  i leader di Cgil, Cisl e Uil per metterli al corrente della situazione. Una mossa che non è affatto piaciuta ad un altro sindacato, l’USB, che teme “l’ipotesi di un’anticipazione ai sindacati confederali del pre-accordo con le parti sociali richiesto dalla compagnia Etihad per le voci riguardanti migliaia di esuberi strutturali”, esattamente come accadde sei anni fa.

E non è tutto. I nodi da sciogliere riguardano anche i debiti pregressi della compagnia e il ruolo delle banche che dovrebbero accollarsi i crediti che hanno nei confronti di Alitalia. Insomma, inutile nasconderlo, sembra di rivivere una storia già vissuta. Una storia passata il cui epilogo è ben noto e che alla fine ricadde sulla pelle di migliaia di lavoratrici e lavoratori che, va bene ricordarlo, tra poco più di un anno andranno ad alimentare le fila di quei disoccupati senza soldi e senza speranze. 

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