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Legge elettorale e riforme. Il pregiudicato alla Camera: ora il presidenzialismo. Sotto tiro i senatori del dissenso Pd

ROMA – Mettiamo in fila i fatti della giornata, una qualsiasi tanto sono sempre uguali. Monotonia e schizofrenia  si accoppiano perfettamente di qualsiasi cosa si tratti . La velocità, il distintivo di Matteo Renzi, gioca brutti scherzi. Più si è veloci, più il caso Italia si mostra aggrovigliato, un ginepraio quasi inestricabile.

Si annunciano riforme,  si aprono dibattiti come per la riforma della Pubblica amministrazione. Viene data per fatta dal consiglio dei ministri che approva un testo. La ministra Madia ne decanta le doti, il premier parla di “ rivoluzione”. In realtà ci sono delle linee illustrate ai sindacati. Ma il testo del provvedimento non c’è ancora. Per quanto riguarda la riforma elettorale e le riforme costituzionali si sfoglia la margherita. Certo si indicano date, ma tutti sanno che il percorso sarà lungo e accidentato. Due cose sono certe. La prima è che un pregiudicato da una sede istituzionale, la Camera detta  i cardini della nuova Costituzione, la Repubblica presidenziale. 

 Berlusconi froda lo Stato e ora vuole pure riformarlo

Crediamo che in nessun altro paese del mondo uno come Berlusconi condannato per aver frodato lo Stato ,  attualmente sconta la pena ai servizi sociali, si faccia padre della patria e indichi lui come cambiare lo Stato che ha frodato. La seconda riguarda invece i senatori del Pd  che si erano autosospesi in segno di protesta per l’epurazione di Vannino Chiti e Corradino Mineo, sostituiti nella Commissione Affari Costituzionali perché in dissenso con la proposta di riforma del Senato secondo il testo del governo. Fra parentesi diciamo che la riforme costituzionali non sono materia dell’esecutivo ma del Parlamento. Ma sarebbe chiedere troppo visto che deputati e senatori sono sempre più chiamati ad esprimere voti di fiducia su decreti governativi. In una situazione così confusa chi fa le spese del tutto sono proprio i quattordici senatori che si sono messi di traverso e vogliono discutere a fondo le riforme costituzionali. 

Sono  stati insultati, offesi,  definiti, di volta in volta sabotatori, narcisisti da renziani doc e da quelli che sono arrivati in seconda e terza battuta. I media hanno completato l’opera. Hanno  volutamente ignorato le ragioni del dissenso, i contenuti della proposta di legge presentata da Chiti firmata da una ventina di senatori. I media li hanno sostenuti, tappetini di bassa fattura  stesi in omaggio al premier , senza mai entrare nel merito del conflitto aperto. A onor del vero va detto che anche la minoranza, o meglio le minoranze del Pd, non hanno avvertito il significato e il valore delle proposte  di riforma del Senato presentata da Chiti.  

I media disinformano  sulle posizioni dei quattordici senatori  Dem

Siamo ben al di là di un dissenso su questo o quell’aggettivo. Lo scontro è avvenuto su un articolo della Costituzione fondamentale per la nostra democrazia, quello che afferma che deputati e senatori non hanno vincolo di mandato e possono entrare anche in rotta di collisione con il partito di cui fanno parte. Si afferma in questo modo l’autonomia del Parlamento. Ebbene la tesi renziana era la seguente: ciò vale solo per l’Aula, ma in Commissione è il partito che decide.  Questa lesione profonda  del dettato costituzionale è stato il motivo della autosospensione. i quattordici senatori questo problema hanno posto nei colloqui con il capogruppo Zanda,  sottolineando la netta contrarietà alla sostituzione di Chiti e Mineo. E Zanda ha riconosciuto che quel “ senza vincolo di mandato” vale anche per il lavoro in Commissione. Di fatto ha restituito dignità e onore ai senatori, diventati bersaglio renziano e dei media, i quali hanno preso atto di quanto dichiarato dal presidente del gruppo Pd e confermato che continueranno in tutte le sedi la battaglia per cambiare il testo del governo . Finita qui? No. Forse più che i commenti dei renziani, sconfitti su un problema di natura costituzionale, rappresentano una cartina di tornasole  sullo stato dell’informazione quelli dei media.

 Non c’ e vincolo di mandato anche per i lavori di Commissione

 

I grandi giornali non si domandano neppure quale era  ed il nodo del confronto aspro all’interno del Pd, tralasciano i contenuti delle proposte sia per il senato che per la legge elettorale. Dimenticano che proprio fino a qualche giorno fa, da Repubblica al Messaggero, tanto per citarne due, arrivavano critiche certo non benevole all’Italicum, alle riforme istituzionali con interventi di autorevoli esponenti del mondo della politica, di costituzionalisti,giuristi. E sparano a zero, ironizzano sugli “ex autosospesi” quasi fossero una categoria della politica. Tornano a casa con le pive nel sacco, con la coda fra le gambe. Si capisce il Messaggero, un esponente del gruppo di Casini, Mauro ,già prima di Chiti e Mineo era stato epurato dalla Commissione del Senato. Ma anche gli altri media che ignorano perfino la dichiarazione di Zanda  quale interesse hanno a una così volgare “disinformatia” dal momento che nessuno sa bene, vista anche l’entrata in campo di Grillo, i desiderata del pregiudicato, come questa partita può andare a finire. Meraviglia che in tanto marasma il neo presidente del Pd, Matteo Orfini, affermi che “ L’Italicum non si tocca “. Più renziano di Renzi il quale, in campagna elettorale ha detto che si poteva innalzare fino al 40% la soglia per il premio di maggioranza e abbassare gli sbarramenti.

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