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Le Murate. L’ex carcere fiorentino riconsegnato alla comunità

FIRENZE – Quando si affronta la riconversione di un edificio pubblico, ammettendo per un attimo che non prenda il sopravvento la speculazione, ci si trova di fronte a un dilemma: come integrare la nuova destinazione  con il rispetto per  ciò che quell’edificio ha rappresentato per la comunità dove si trova.

Talvolta si vorrebbe affidare il passato all’oblio per il carico di dolore che  si porta dietro, ma, come insegna anche la più spicciola psicologia, la rimozione dei ricordi regala solo un’apparente serenità. mentre nel profondo dell’inconscio il rimosso continua a torcere e lacerare. Il tempo è invece uno strumento in grado di smussare il ricordo senza cancellarlo, mentre il susseguirsi delle generazioni assicura, purtroppo o per fortuna, il progressivo distacco emotivo da ciò che un tempo sembrava totalmente coinvolgente.

Il caso dell’ex carcere maschile fiorentino delle Murate, chiuso nel 1983 con lo spostamento dei detenuti a Sollicciano è, per molti motivi, un caso molto interessante.

In primo luogo la storia del complesso monumentale: nato come convento di clausura nel 1424 e poi, a partire dall’800 trasformato in carcere e, negli anni più terribili del ‘900, in carcere duro – tra le sue mura sono passati, fra gli altri, Gaetano Salvemini, Nello Rosselli, Carlo L. Ragghianti, Aldo Capitini, , Carlo Levi –  ha costituito una presenza ingombrante e importante per la città nel cui tessuto è profondamente inserito (è a pochi passi da Santa Croce).

Il secondo punto notevole è la qualità dell’intervento di riqualificazione che è stata condotta con competenza e passione dall’architetto Pittalis del Comune basandosi sul progetto  di Renzo Piano. Inaugurato nel 2004, mostra da allora il risultato di un intervento sobrio, rispettoso ma anche deciso, in grado di dare alla struttura nuova vita riconsegnandola alla comunità: i cortili sono diventati piazze, gli ambienti a pian terreno ospitano uffici pubblici,  attività, e l’ormai famoso caffè letterario mentre in ambienti più ampi si trovano realtà culturali  rilevanti come i PAC e il RFK Center Europe; ampie zone dei piani superiori sono state destinate a servizi e a uso residenziale. Quello che per secoli è stato luogo chiuso, di separazione, è diventato luogo pubblico, spazio di aggregazione e circolazione di idee. Se da un lato però è oggi un posto dove si va volentieri per ascoltare musica, per vedere una partita al maxischermo o anche per far giocare i bambini senza l’incubo del traffico, dall’altra, mentre ci si sposta da un cortile all’altro, da un ingresso all’altro, le lunghe teorie di porte tutte uguali, le pietre dal colore morbido ma insistentemente omogeneo, la regolarità delle finestre solo parzialmente attenuata dalle modifiche delle facciate, sollecitano qualcosa di intimo e ci fanno avvertire  presenze anonime ma reali che accompagnano i passi, specialmente al momento di andarsene. Allora qualcuno ha pensato che, come in un percorso di analisi, fosse il caso di andare a sondare la profondità della memoria collettiva dell’edificio e ha compiuto un complesso lavoro che, attraverso l’arte, portasse in superficie ciò che le mura custodivano silenziosamente. Di questo infatti si occupa l’installazione sonora che l’artista Valeria Muledda per STUDIOVUOTO , in collaborazione con TEMPO REALE e molte altre realtà, ha collocato in un ala del secondo piano che era rimasta cristallizzata  nel tempo, fuori dai percorsi resi più liberi dalla ristrutturazione. Attraverso scale e corridoi le cui dimensioni si riducono progressivamente, si accede ad una serie di celle dove sistemi di controllo riabilitati avvertono la presenza del visitatore che quindi si trova a interagire attivamente  o passivamente con materiali  di varia natura. Oltre quindi allo sperimentare fisicamente gli spazi ristretti della detenzione, a toccare registri, chiavistelli e graffiti, può ascoltare frammenti di registrazioni ambientali, di racconti personali, di testimonianze indirette, spezzoni radiofonici: suoni quindi che parlano di esperienze passate, in un corto circuito tra microstoria e macrostoria, ma anche voci di chi vive oggi, altrove, l’esperienza carceraria; l’installazione si compone inoltre di una parte visuale, fruibile attraverso lo spioncino di una porta sbarrata, che narra le impronte di centinaia di pietre dell’edificio, una per ogni anno dalla sua fondazione.

Cella come cellula quindi, come vita rinchiusa da confini, come vita che respira e vibra producendo suoni che si disperdono nel flusso vitale e che solo il silenzio del raccoglimento più recuperare.

Tornando nei cortili la vita riprende come è giusto che sia.

Questo lavoro complesso  ha richiesto un processo molto lungo, sviluppato in  mesi di residenza, ma  ci consente un’esperienza intensa e profonda, che rende visibilità a chi ha guardato la città da dentro e innesca riflessioni per un approccio  serio alla questione del sistema carcerario italiano.

L’installazione è visitabile il giovedì, venerdì e sabato dalle 17.30 alle 19.30.
Su prenotazione è possibile concordare orari e giorni differenti per gruppi di minimo 5 persone.
L’ingresso è consentito a gruppi di massimo 10 persone per volta

http://www.lemurate.comune.fi.it/lemurate/

Domenica ore 11.30
Le Murate. Progetti Arte Contemporanea

Nei fine settimana di giugno proponiamodue percorsi gratuiti, uno per gli adulti e uno per le famiglie.Le prossimeVisite al complessoper adulti sono in programma domenica 22 e 29 giugno h11.30la durata prevista è di circa 1h.L’attività per famiglie con bambini dagli 8 anniLe voci del tempoè invece in programma  domenica 1 e 15 giugno h11.30, durata prevista dell’attività 1h15′Per informazioni e prenotazioni:
Tel. 055-2768224 055-2768558
Mail:[email protected]

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