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ROMA – Ci aveva già provato il ministro Profumo nell’ottobre 2012, proponendo di aumentare di circa un terzo le ore frontali di lezione degli insegnanti, a parità di stipendio e con un contratto bloccato da sette anni. L’idea, allora,  era quella di “portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell’Europa occidentale”, come se bastasse un aumento di orario a modificare i risultati della scuola italiana ed allinearli a quelli europei. Naturalmente anche allora,  come oggi,  la proposta arrivò come un fulmine a ciel sereno, senza alcun dibattito tra gli addetti ai lavori.

Con la nuova proposta del Ministro dell’Istruzione Giannini, presentata sfrontatamente dal sottosegretario Roberto Reggi, autore del piano – dieci giorni ancora e la nostra proposta diventerà una legge delega – si va molto oltre. Si trattano gli insegnanti – con un atteggiamento a dir poco paternalistico – come ragazzacci da rimproverare per il loro scarso impegno, “distante dal resto d’Europa”, e per la loro precaria formazione, che sarà tuttavia premiata, laddove il docente si farà avanti presso il suo Dirigente Scolastico, autentico regista della nuova architettura,  in particolare per le lingue straniere e le nuove tecnologie. Sembrerebbe un’eco delle “ tre i” di berlusconiana memoria: “inglese, informatica, imprenditorialità”, ma in questo caso è un governo di sinistra a fare la proposta, una sinistra che, nelle ultime consultazioni, ha cercato i voti degli insegnanti promettendo di restituire prestigio e autorevolezza a questo importante ruolo educativo.

Cosa propone, in sintesi, il nuovo “piano scuola” senza passare, ancora una volta, per il dibattito parlamentare e puntando invece a una “legge delega”?

La proposta non va a toccare tematiche centrali quali la modalità di fare didattica o la formazione iniziale e continua dei docenti. Non si parla di spazi, laboratori, progetti, scambi, stage,  che renderebbero il tempo scuola degli studenti molto meno noioso e più produttivo per tutti. Niente di tutto questo. Qui si parla solo di “scatti d’anzianità invariati e premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi”, come vicepresidi e una nuova categoria di insegnanti che nessuno conosce, i “docenti senior”,  o per attività come le lingue straniere e informatica. Naturalmente sarà il Preside a decidere a chi conferire gli incarichi, con uno strapotere che si aggiunge a quello che già attualmente gli è stato conferito e annulla di fatto il ruolo  degli organismi di democrazia della scuola come il collegio docenti. 

La richiesta è quindi quella di lavorare fino a 36 ore settimanali e per circa un mese in più con scuole aperte dal mattino alla sera e anche nella pausa estiva (senza indicazione sui costi, altissimi, della vigilanza e del riscaldamento per il periodo invernale).

Oltre a ciò si propone, senza che nel Paese vi sia stato alcun dibattito, il taglio netto di un anno nella scuola secondaria di II grado, sempre per allineare l’Italia all’Europa. Sembra che né il ministro né il suo sottosegretario abbiano una minima idea di cosa significhi insegnare in una classe con 25, a volte 30 alunni. Anche solo ipotizzare un aumento così forte dell’orario scolastico significa non conoscere la realtà quotidiana dell’insegnante di qualsiasi ordine di scuola.

Nessun docente lavora 18 ore alla settimana. La media delle ore di permanenza a scuola è molto più alta. Sono infatti gli insegnanti a proporre e condurre tutti i progetti che danno vita al POF, il Piano dell’Offerta Formativa: si tratta spesso di progetti sull’educazione ambientale, sull’arte, la bellezza, attività che quasi sempre vengono svolte senza retribuzione e con grande impegno. Un orario che può arrivare alle 36 ore settimanali lascia intuire che il ministro pensi che il lavoro del docente si limiti alle 18 o 24 ore in classe,  frontali.  Si crea l’immagine di un insegnante pelandrone che non studia, non corregge, non prepara il materiale, non organizza gli spazi, le uscite, i laboratori.

Ma non solo: ci sono molti altri ruoli che i docenti rivestono, alcuni istituzionali, altri invece che vengono svolti liberamente e che sono una grande risorsa per la scuola, che, in una società come quella italiana che vive una crisi epocale non solo economica ma di speranza, diventano fondamentali per i giovani.

Immaginare un docente a scuola per 30, 35 ore sarebbe come pensare a un chirurgo che opera per dieci ore di fila o a uno psicologo che riceve ininterrottamente pazienti nel suo studio. Già oggi ci sono docenti con otto, addirittura nove classi, con centinaia di nomi da conoscere, storie, percorsi di apprendimento. Questo, “il modo”, la percezione della figura docente, è l’aspetto più grave di questa proposta impresentabile.

Chi ha proposto questo “patto”, che tale non è in quanto non vi è stato dibattito, non sa nulla della delicatezza e complessità del lavoro dell’insegnante e vuole scaricare sulla scuola le responsabilità di un Paese che da troppo tempo trascura i suoi giovani. La scuola, in questa Italia che fa acqua da tutte le parti, forse proprio per la sua scarsa permeabilità ai cambiamenti, in realtà ha “tenuto”. Ma difficilmente potrà portare a risultati di eccellenza se non si inizia a parlare seriamente di educazione, se non rinasce la speranza nel Paese.

 

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