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ROMA – Quando facendo lezione ai miei studenti di Storia delle mafie all’Università di Torino, mi capitava a volte di vederli molto stupiti quando sottolineava che la famiglia(di sangue o per scelta personale e amicale) è sempre di più la struttura di base della società contemporanea italiana.  Non mi credevano quasi in una società secolarizzata e percorsa da strutture formali apparse come essenziali non soltanto nella cornice istituzionale della nostra società.

Ma le manifestazioni frequenti di come alla soprastruttura formale sottostia una struttura che alla fine risulta decisiva per gli equilibri sostanziali ce lo ricordano quelle regioni del Paese in cui il comando delle associazioni mafiose non è soltanto economico politico, territoriale ma anche culturale e antropologico in senso profondo. Purtroppo la Calabria, una delle terre più belle del Mezzogiorno in cui la presenza vicina della montagna e del mare costituisce una ragione di grande fascino mostra più di una volta come l’associazione degli uomini(che è la traduzione dal greco del termine ndrangheta) fa sentire la sua potenza ed autorità. Se ne è avuta una prova feroce ieri quando la processione della Madonna delle Grazie nella frazione Tresilico di Oppido Mamertina non si è fermata soltanto nelle stazioni previste dal rito cattolico ma anche(o soprattutto, verrebbe da commentare!) per trenta secondi davanti alla casa di Beppe Mazzagatti di 82 anni, agli arresti domiciliari dopo una condanna all’ergastolo per i delitti di decine e centinaia di calabresi  compiuti dalla cosca ‘ndranghetista di cui sarebbe a capo secondo i giudici che lo hanno condannato. I carabinieri presenti per fortuna si sono dissociati.

Questa scena a dir poco agghiacciante è stata riportata in ogni particolare da Il quotidiano della Calabria. I giornali, non a torto, hanno messo in relazione-come era inevitabile-con la scomunica contro i mafiosi che Papa Francesco, portando alla naturale conclusione un’inversione di atteggiamento che era già avvenuta qualche anno fa con Giovanni Paolo II, ha detto davanti a una folla di ottantamila fedeli, al termine della visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Jonio.

“Quando non si adora il Signore-ha detto l’argentino Bergoglio- si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza. La vostra terra tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ndrangheta è questo, adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Quelli che non sono in comunione con Dio, sono scomunicati.”

Tra le numerose reazioni a queste parole e al gesto importante compiuto vanno, a mio avviso,sottolineate almeno due. La prima è quella dei detenuti per reati legati all’associazione mafiosa che, dopo la scomunica, hanno deciso di non andare più in Chiesa. Espressione, purtroppo  a me pare, della forza egemonica della ‘ndrangheta su chi ha vissuto e operato con essa. L’altra è quella del procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, che ha precisato con chiarezza il senso delle parole e dei gesti del Papa argentino:” Il Papa non ha rivolto un invito ma ha intimato a tutti di comportarsi da cristiani. Bene il comportamento dei Carabinieri che hanno capito quanto stava avvenendo. La Procura farà il suo lavoro.”

Si può dire ,insomma, che in Calabria,come peraltro nel resto del Paese, la lotta ancora una volta è tra la Costituzione repubblicana e le leggi dello Stato e quello che una volta si chiamava il “sommerso della repubblica
e  che  fu molti anni fa alla base dei terrorismi e di tragiche vicende come il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro ancora avvolto in troppi misteri.

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