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Lavoro. A proposito di competitività. A quando una FraunHofer italiana?

Non tutti ammazzavano il tempo giocando alla ruota della fortuna

ROMA – La competitività è diventato l’argomento centrale di chi sostiene che l’articolo 18 rappresenta la ragione di fondo della scarsa competitività dell’apparato industriale italiano.  Traduzione politica: per la salvezza di tutti si può sacrificare il diritto di achi lavora(non ovviamente le proprie rendite o la propria roba). Poi si vedrà. Il discorso sulla  competitività, fa scattare immediatamente il raffronto con quello che succede da altre parti, specialmente con la Germania, data la forza competitiva raggiunta dal suo apparato produttivo.  Trascurando per un momento il discorso generale, cioè la miopia di una concezione che pensa il superamento della crisi adottando una forma di mercantilismo centrato sulle esportazioni, (qualcuno dovrà pur importare in tale schema), la competitività della industria tedesca ha un nome sopra tutti gli altri, si chiama FRAUNHOFER.

L’apparato produttivo tedesco ha alle spalle una grande Agenzia pubblica, (si badi pubblica), composta da circa quarantamila tra scienziati, tecnologi, ingegneri etc, espressione dei grandi Politecnici tedeschi, a cui ogni azienda, di fronte ad una qualsiasi strozzatura produttiva, può rivolgersi stabilendo un contratto di ricerca per rispondere all’eventuale problema.

La FRAUNHOFER alimenta cosi, con le sue risposte,  un continuo flusso di investimenti e ,attraverso tale flusso,un processo di innovazione incrementale e sistemica.  Gli investimenti infatti non si improvvisano,tanto è vero che oggi,pur costando il denaro quasi zero,il cavallo non beve.   DOMANDA STRATEGICA: a quando una FRAUNHOFER italiana,vista anche la particolare struttura produttiva italiana in cui le grandi imprese,sempre più ridotte di numero,hanno sostanzialmente smantellato i loro istituti di ricerca(Pensiamo al CSM  a POMEZIA per la SIDERURGIA),e le piccole imprese vivono soprattutto copiando,o affidandosi al cosiddetto “genio italico”. 

Esempio quotidiano  la vicenda dei cosidetti distretti industriali e la enorme fatica a superare l’atavico ed esasperato privatismo individualistico dei loro singoli componenti. Quindi una FRAUNHOFER ITALIANA; riorganizzando ,unificando, ristrutturando, potenziando e finalizzando i centri di ricerca che pur esistono e spesso anche di notevole qualità, facendo, per questa via POLITICA INDUSTRIALE, CIOE’ INNOVAZIONE DI PROCESSI E DI PRODOTTI, e quindi Investimenti,e quindi Occupazione e Diritti.

Dando un seguito alla grande tradizione italiana dei Natta,degli Ippolito,dei Buzzati-Traverso ecc. Una Sinistra Pensante questo dovrebbe fare e non unirsi al coro di una classe dirigente di MISERABILI (NEL SUO PRECISO SIGNIFICATO) ,senza idee e senza progettualità,unicamente esperta a scaricare su chi sta peggio, sostenuta da un sistema comunicativo in gran parte di “venduti al Capitale”,i costi delle loro scelte sbagliate.  L’articolo 18 ,fra l’altro riformulato recentemente,rappresenta un grande test,principalmente anche in termini di onestà e di disonestà intellettuale e morale .Non per caso,è oggetto degli attacchi più disonesti e faziosi,a partire da gente come Sacconi e Brunetta che,-travestendosi da Moderni secondo il vero sport nazionale- invitano a superare le ideologie,a uscire dal novecento ,come se il capitalismo di oggi non fosse la continuazione del capitalismo di ieri.  A Renzi  che chiede cosa ha fatto la Cgil in questi anni  in modo serio si potrebbe rispondere che la cgil, come ha potuto, ha cercato di contrastare questa classe dirigente; in modo più faceto si potrebbe rispondere che non tutti cercavamo di ammazzare il tempo,  giocando con la RUOTA della FORTUNA.

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