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Roma Jazz Festival. PIJI, irresistibilmente manouche

ROMA – Swing & New Deal: mai titolo fu più azzeccato per la tematica connessa al Roma Jazz Festival dal concerto dell’autore, compositore, interprete, improvvisatore e carismatico affabulatore  Piji.

E’ con lui che l’altra sera alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica centinaia di persone non hanno resistito a fermare il ritmo delle proprie articolazioni giunturali poiché a colpi di electro-swing e per oltre un’ora e mezzo di ammiccante intrattenimento, sul palco e in sala (grazie al coinvolgimento di alcuni ballerini dello Swing Circus, acchittati a dovere per l’occasione) una sala da concerto si è trasformata in una autentica ballroom. Anomalia del caso tutta da scoprire e comunicare, dal momento che Piji – oltre alle ben note imperterrite incursioni di giornalismo radiofonico e saggismo musicale, nasce come cantautore (il più premiato d’Italia nel genere, con decine di riconoscimenti che vanno dal Premio Lunezia al Bindi), si contamina di pop e manouche e approda alla perfetta fusione tra canzone e jazz proprio in quest’occasione.

 E’ il momento della maturità acquisita, o forse ritrovata dato che la fiducia iniettata in Piji da Mario Ciampà (direttore artistico del festival), è stata premiata grazie alla determinazione di un autore che scrive testi perennemente conditi di attualità, ma ce li fa canticchiare con quelle riletture gipsy-jazz che accantonano il nazional-popolare della melodia scontata e corale in nome di una rilettura filtrata da riflessione, eppure pericolosamente contagiosa. Qui infatti un brano tira l’altro, vuoi per la raffinatezza dell’esposizione interpretativa – coesa ed affiatata è la band formata da Augusto Creni (chitarra manouche), Gian Piero Lo Piccolo (clarinetto); Ominostanco(electronics); Saverio Capo (basso); Edoardo Petretti (keyboards) e Amedeo Ariano (batteria) – vuoi per la perfetta fusione dei testi originali, poetici ed ironici, a melodie energiche, allegre e di facile ascolto, vuoi per il fascinoso bilanciamento tra acustico ed elettrico generato dalla rivisitazione di cover (i due opposti Vasco Rossi con “C’è chi dice no” e Ligabue nello spezzettamento del refrain “Balliamo sul mondo”, tra i preferiti, ma anche il sofisticato remake di “Minor Swing” di Django Reinhardt!). Pierluigi Siciliani, in arte Piji, continua a combattere contro le logiche del playlist radio system – e ora per fortuna lo fa da un grande palco – e, più che mai creativamente vivo e rigorosamente dal vivo, ci propone nuovi arrangiamenti, nuove chiavi di lettura dei suoi (storici per gli intenditori)  successi quali “L’ottovolante”, “Un vestito di canapa”, “Madama Pioggia” o “I Cigni di Nymphemburg”, ma anche novità, la prima delle quali il singolo “Cervello in fuga” (prodotto da Carlo Avarello) e “L’amore ai tempi dello swing”, uno splendido duetto non ancora testato disco graficamente ma perfettamente riuscito “a getto” sul palco con l’ospite a sorpresa Simona Molinari (insieme con Piji in questo ambito anche nel successo sanremese “La felicità”). 

Quando il nostro cantautore provoca, lo fa con gusto, divertendosi ma dimostrando concretamente che c’è un modo per uscire dalle negazioni/negatività a cui ci sottopone quotidianamente la società: basta evidenziarla a suon di swing. Eccentrico calcolatore di battute e respiri ritmici su una chitarra trasformatasi in un prolungamento manouche del suo arto propulsore, l’artista si fa osservatore della microscopica attualità, tralasciando il generalismo della notizia per un’analisi introspettiva testuale del cambiamento storico che contestualizza la nevrosi del singolo e le sue degenerate attitudini, sia umane che professionali. Ma alla fine il nostro imperterrito sembra sviolinare ammiccamenti della serie “non pensiamoci” e alle strizzatine d’occhio riparatrici di testi forse fin troppo diretti, alterna una presenza scenica importante e fuorviante, ma essenziale per la caratterizzazione della sua unicità. Piji sorride sotto i baffi mentre canta “Swing Politik” ma langue quando intona “Welcome to Italy”: per fortuna, per lui come per noi, c’è una musica consolatrice in soccorso, amplificata dagli entusiasmanti virtuosismi del clarinetto di Lo Piccolo, dalle corde old-fashioned style di Crena, dai tecno-campionamenti di Omino Stanco (che invece non si stanca mai di far dialogare il suo PC con i suoni retrò del gipsy jazz). E per fortuna di Piji, radiofonicamente dissertando, c’è anche un nuovo brano che si adegua al sound del momento e all’attualità dei temi in corso: confidiamo allora che i programmatori artistici dei principali network italiani non lascino fuggire questo cervello, anche solo perché ci continua, senza pretese ma con uno stile inconfondibile (e non è poco!), a far partecipare goduriosamente ad un pezzo di contemporaneo pop-swing autoriale che prima non c’era.

Maggiori info su Piji:

 HYPERLINK “http://www.piji.it” www.piji.it

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