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ROMA – L’attacco alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, ha colpito tutta l’Europa, mirando al cuore della democrazia. Gli attacchi terroristici nell’anno appena terminato non sono mancati: dall’attentato al museo ebraico di Bruxelles fino al caffè di Sidney, in nome di Allah è facile imbracciare un kalashnikov, soprattutto per dei giovani reduci della guerra in Siria reclutati dagli jihadisti.

Ma questo attentato genera una ferita più profonda. Si mira all’Occidente tutto, al suo complesso di diritti e libertà. L’attacco al giornale che, come ormai è tristemente noto, ha causato 12 morti tra reporters e vignettisti che componevano la redazione, ha mirato dritto al simbolo di una tra le più importanti libertà sancite dalle Costituzioni: quella d’opinione. Ed ecco perché dilaga il panico: questa volta la lotta più che mai assume il volto dello scontro tra fanatismo armato e civiltà e, se si mira al nucleo delle libertà fondamentali, l’intero edificio dello stato democratico inizia a tremare. Perché tutti noi nella libera espressione di un’opinione, godendo di un diritto ormai scontato, diveniamo bersaglio di chi questa libertà non riconosce e, condanna. Sale quindi il livello di allerta. In Italia il Ministro dell’Interno Alfano ha convocato il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo al Dipartimento di Pubblica Sicurezza, specificando di dover rafforzare la vigilanza nei luoghi cosiddetti sensibili: sedi istituzionali, aereoporti, ma anche le redazioni delle più importanti testate giornalistiche.

“L’attentato di Parigi evidenzia una preparazione militare dei killer, derivata dall’esperienza acquisita nei teatri di guerra dove, molto probabilmente, queste persone sono state sottoposte ad addestramenti specifici.” Spiega il Ministro, ed è per questo che, essendoci concreto rischio che come in Francia anche in Italia diverse persone -foreign fighters- possano essere partite per la Siria e il cui ritorno potrebbe essere propedeutico ad altri attacchi, che si rende necessario varare norme specifiche anti terrorismo, nonché inasprire le pene per chi adotta comportamenti radicali.

Se da un lato, quello istituzionale, la risposta è decisa ma tesa a non creare falsi allarmismi, dall’altro l’opinione pubblica si scaglia in una polemica ormai stantia, che inneggia allo stop dell’immigrazione e del multiculturalismo . Ancora una volta una tragedia viene strumentalizzata a fini politici. Ma, se è vero che il fanatismo religioso non si può combattere con il dialogo, è altrettanto vero che la politica del braccio di ferro servirebbe solo a creare una spirale di violenza. Questa non è una guerra dalla quale difendersi, ma un pericolo da debellare agendo su più fronti: istituzionale e culturale e, soprattutto, una minaccia cui l’intero l’Occidente è esposto e che solo una risposta comune di tutti gli stati Europei potrà fermare.

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