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Terrorismo. La prevenzione rischia di mettere in pericolo lo stato di diritto

ROMA – “Di fronte al jihadismo, all’estremismo e al terrorismo, la Francia deve agire per se stessa e per il mondo. Lottare contro il terrorismo in Iraq e’ anche per la nostra propria sicurezza”.

Se non fosse per il riferimento alla Francia, queste parole potrebbero facilmente attribuirsi al discorso che George W. Bush pronunciò nel 2002 per ottenere dal Congresso l’autorizzazione all’uso della forza in Iraq, dando inizio alla lotta americana al terrorismo dopo l’attentato che l’11 Settembre 2001 sconvolse gli Stati Uniti. Ora invece, è il Presidente Hollande a parlare, porgendo gli auguri all’esercito a bordo della portaerei Charles De Gaulle, che la Francia ha messo a disposizione per le operazioni della coalizione internazionale contro l’Isis. Una scelta politica che sembra ricalcare la “dottrina Bush”: neutralizzare la potenza nemica attraverso una lotta preventiva. Offendere prima di essere offesi. 

Dopo gli attacchi terroristici, l’Europa è decisa a creare un fronte comune nella lotta all’estremismo islamico. I paesi dell’Unione sembrano pronti ad intraprendere questa crociata, appoggiati dall’opinione pubblica: sale l’allarmismo e comincia una nuova caccia alle streghe. Sotto la spinta della minaccia jihadista, l’Italia arricchisce il decreto antiterrorismo che sarà approvato oggi dal Consiglio dei ministri. Oltre alla stretta contro i foreign fighters saranno discusse anche misure per potenziare l’intelligence: dalle garanzie funzionali per gli agenti speciali allo stanziamento di fondi per assumere personale qualificato e nuovi strumenti contro il cyberterrorismo.

Nel documento, grande importanza viene riconosciuta all’attività svolta dalla polizia di frontiera e ed alla necessità dell’uso di liste di immigrati provenienti dalle aree a rischio. 

Sul fronte francese, invece, si punta ad aumentare il capitale umano e materiale: più di 100mila agenti saranno mobilitati nel paese per fronteggiare le nuove minacce, affiancati da militari posti a protezione delle zone a rischio. Intanto il premier Valls annuncia la presentazione di un progetto di legge sulle intercettazioni, adeguato alle nuove tecnologie e adoperante un sistema di controllo esterno e più efficace. Anche qui risulta lampante il parallelismo con il Patriot Act, voluto nel 2001 dall’allora Presidente degli Stati uniti Bush per rinforzare il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, allo scopo di ridurre il rischio attacchi terroristici.

E come allora, anche oggi, numerose sono le perplessità che accompagnano queste decisioni. Lentamente, riforma dopo riforma, si sta giungendo alla creazione di un vero e proprio stato di polizia. E se questo neonato apparato di leggi speciali ha come obiettivo prioritario la difesa dei valori e delle libertà democratiche, ci si chiede che senso abbia sacrificare proprio queste ultime sull’altare della lotta al terrorismo. Se l’attacco a Charlie Hebdo, divenuto simbolo della libertà d’opinione e pensiero, ha comportato l’adozione di misure che proprio queste libertà vogliono comprimere, allora il terrorismo jihadista ha segnato la sua prima grande vittoria: trascinare lo stato di diritto verso un lento disfacimento realizzato attraverso le sue stesse armi.

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