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Sundance Festival: una parata di star

Il fondatore Robert Redford annuncia la presenza di Michael Fassbender, Ewan McGregor, Sienna Miller e Rodrigo Garcia

Ho sempre apprezzato la diversità. Credo che la cultura americana sia fondata sulla diversità e per questo è ancora viva e stimolante. Sono cresciuto in quella che potremmo definire una parte sfortunata di Los Angeles, dove non c’era molto da fare se non vivere le differenze, andare in posti diversi e sentire storie diverse” 

(Robert Redford)

E’ considerato uno dei protagonisti del cinema statunitense degli ultimi cinquant’anni. Il suo impegno politico e il suo attivismo per la difesa dell’ambiente hanno fatto di lui uno dei mostri sacri della Hollywood colta e impegnata. Robert Redford, attore, regista, sceneggiatore e produttore è fiero soprattutto della sua “creatura”: il Sundance Film Festival, il suo vero motivo di orgoglio di una carriera peraltro straordinaria, ricca di successi, premi e consensi in tutto il mondo. La bionda superstar oggi 78enne, in ottima forma, ha inaugurato il Sundance Festival, che lui stesso ha fondato 31 anni fa e che in questa edizione vedrà sfilare sul tappeto rosso una notevole presenza di star. Così, per le montagne di Park City, lo stato nordamericano dello Utah dove si svolge la kermesse, passeranno Ryan Reynolds e Sienna Miller in “Mississippi Grind”; Michael Fassbender, protagonista del western “Slow West”, o Ewan McGregor, che da vita nientemeno che a Gesù Cristo in “Last Days in the Desert”, del cineasta Rodrigo García, figlio del Nobel Gabriel García Márquez.

Fino al 1° di febbraio si vedranno inoltre “Nasty Baby”, il nuovo lavoro del cileno Sebastián Silva (“La nana”); il dramma romantico “Brooklyn”, interpretato da Saoirse Ronan; “I Am Michael”, su un attivista gay che si converte in un pastore cristiano e che conta sulla presenza di James Franco, Emma Roberts, Zachary Quinto, o il documentario “Kurt Cobain: Montage of Heck”, che promette molto materiale inedito sul leader del Nirvana. In totale, si vedranno 123 lungometraggi fra i quali il brasiliano “The Second Mother”, di Anna Muylaert, l’unica pellicola ispanoamericana che compete quest’anno per il Premio come Miglior Film Straniero.

Parlare di Robert Redford significa ripercorrere oltre mezzo secolo di storia del cinema. Ha debuttato nel 1962 con “Caccia di guerra”, si è fatto notare dalla critica in “La caccia” del 1966 con Marlon Brando e Jane Fonda e ha iniziato il suo intenso sodalizio artistico con l’amico Sidney Pollack nella commedia “Questa ragazza è di tutti” sempre dello stesso anno. Negli anni seguenti arrivarono i trionfi con “A piedi nudi nel parco” (1967) e nel cult-movie “Butch Cassidy” del 1969 insieme a Paul Newman. All’inizio degli anni ’70 Robert Redford è considerato come uno dei migliori attori statunitensi: colto, intenso, profondo e con una recitazione naturale che lo porta ad interpretare alcuni tra i film più significativi di quel decennio. Citiamo i ‘classici’ “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” e “Il Candidato” del 1972, lo straordinario e struggente “Come eravamo” (1973), la commedia “La stangata” (1973) ancora una volta a fianco del suo amico Paul Newman, lo spy-movie “I tre giorni del Condor” (1975) e il mitico “Tutto gli uomini del presidente” (1976) con l’altra star Dustin Hoffman. Negli anni ’80 ridusse la sua attività come attore per concentrarsi sulla regia, girando il capolavoro “Gente Comune”, (1980) un profondo spaccato psicologico di una famiglia benestante americana con Donald Shuterland e Timothy Hutton. Per questo film Redford vincerà l’Oscar per la migliore regia e per il miglior film. In questo decennio vanno menzionati almeno due performance come attore: in “Brubaker” (1980) e nel commovente “La mia Africa” (1985). Negli anni Novanta gira due ottimi film come regista. “In mezzo scorre il fiume” (1992) con Brad Pitt e “L’uomo che sussurrava ai cavalli (1998) con una giovanissima Scarlett Johansson, Kristin Scott Thomas e Sam Neil. Negli anni Duemila ha alternato ottime prove come attore (“Spy Game, 2002 e “Il vento del perdono”, 2005) con dure critiche alla politica americana (“Leoni per agnelli, 2007 e “Le regole del silenzio”, 2012).

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