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Istituto superiore di sanità. Assolta la Basf, potrà continuare a inquinare

ROMA Il sito industriale della Basf Italia s.p.a. è localizzato nella periferia sud-est di Roma, al di fuori del Grande Raccordo Anulare, dove sorgono i centri abitati di Case Rosse, Settecamini, Setteville e Ponte di Nona.

Nell’impianto chimico della multinazionale tedesca, si bruciano i catalizzatori industriali esausti, per estrarre metalli preziosi come palladio, platino e rodio da riutilizzare nei processi industriali, disperdendo nell’ambiente sostanze inquinanti e nocive a fianco di un asilo nido, abitazioni e botteghe artigianali.

Da molti anni i comitati di quartiere lottano per la delocalizzazione dell’impianto e i rilievi epidemiologici effettuati dalla Asl Roma E hanno già evidenziato in passato una eccessiva sovraesposizione della popolazione a patologie tumorali.

Nonostante le numerose evidenze, la Giunta provinciale guidata da Nicola Zingaretti (PD), ora governatore della Regione Lazio, alla fine del 2011 ha rilasciato alla Basf l’autorizzazione integrata ambientale (AIA) per 6 anni.

Contemporaneamente, la Provincia di Roma ha stipulato una convenzione a titolo oneroso per 100mila euro con l’Istituto Superiore di Sanità “per la realizzazione di un programma di ricerca avente come obiettivo: la predisposizione di un programma di monitoraggio e sorveglianza ambientale con particolare riferimento alle specifiche ricadute sulla salute umana delle attività industriali dello stabilimento BASF Italia sito in via Salone a Roma”.

Nei giorni scorsi è stato reso noto il rapporto dell’ISS ultimato a novembre 2014, che, sulla base dei rilievi ambientali effettuati, assolve di fatto lo stabilimento della Basf dall’accusa di inquinare l’area circostante e di causare pericolo per la popolazione.

Immediata la replica della cittadinanza, che ha diffuso una controrelazione, in cui si scaglia conto l’Iss, colpevole di aver prodotto uno “studio sbagliato nella sua progettualità, gravemente carente nelle modalità operative, contraddittorio nelle conclusioni, totalmente inefficace nei risultati e quindi destituito di ogni validità”.

In primo luogo viene contestato il posizionamento delle centraline di rilevamento, che ignora l’area abitata maggiormente esposta alle emissioni inquinanti, anche in considerazione della direzione dei venti.

Si evidenziano, poi, gravi carenze nelle modalità operative, in quanto il livello di emissioni dal camino E18, rilevato dal sistema di autocontrollo della Basf, si è drasticamente e inspiegabilmente ridotto tra settembre 2012 e giugno 2014, in corrispondenza dei controlli effettuati dall’Iss, condizionando i risultati delle analisi fino ad inficiarne la validità. Si arriva addirittura a ipotizzare che la Basf abbia aumentato in quel periodo la temperatura dei forni, trasformando le polveri sottili (PM10 e PM2,5) in ultrasottili (PM1 e nanoparticelle ancora più dannose per la popolazione), che sfuggono alla misurazione delle apparecchiature utilizzate dall’Iss.

I dati, ad ogni modo, confermano una maggiore presenza di diossina e palladio nella centralina più vicina all’inceneritore, ma le conclusioni dell’Iss non sottolineano questa evidenza, propendendo per una situazione di “normale” inquinamento atmosferico e da traffico veicolare, considerata anche la relativa vicinanza con l’autostrada Roma-L’Aquila.

L’Iss non ha rispettato i termini della convenzione anche perché avrebbe dovuto integrare le proprie rilevazioni con i risultati di analoghe valutazioni svolte dall’ISS, ASL RMB e ARPA LAZIO negli ultimi dieci anni e con il ciclo industriale dello stabilimento, ma nella relazione finale non si fa riferimento a niente di tutto ciò.

In pratica, dopo aver speso 100mila euro di soldi pubblici, di cui i Comitati chiedono ora la restituzione, la Provincia di Roma non ha certezze sull’inquinamento prodotto dallo stabilimento della Basf  e non provvederà alla revoca dell’AIA con conseguente chiusura degli impianti.

Una vicenda che presenta molte analogie con il Muos di Niscemi, in quanto le istituzioni sembrano ignorare ancora una volta il sacrosanto principio di precauzione sancito dai Trattati europei, con la complicità dello stesso Iss, che dovrebbe essere invece il primo a invocarne la piena applicazione.

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