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Scuola. Quale futuro per le università del Sud

ROMA – C’era una volta “la questione meridionale”, sulla quale sono stati versati fiumi d’inchiostro, talora da scrittori di cui abbiamo apprezzato, oltre l’impegno sociale e la testimonianza civile, anche le doti letterarie.

Quella questione purtroppo c’è ancora, ma quasi non se ne parla più e ancor meno si fa per risolverla. Una questione, dunque, aperta e nella quale trova spazio, tutt’altro che secondario, la crisi delle università del Mezzogiorno, che significa, in prospettiva, crisi di tutto il Sud del paese.

Ad illustrare tale allarmante situazione è il sito web della Fondazione Res di Palermo, presieduta da Carlo Trigilia, che offre anche interessanti comparazioni con i paesi europei e le altre regioni d’Italia.

Se ne ricava il quadro di un sistema universitario complessivamente in difficoltà, che però si aggravano nel Mezzogiorno e ancor più nei grandi atenei, dove a peggiorare la situazione sta giocando un ruolo cruciale una malintesa “meritocrazia”, portata avanti da norme tecniche dietro le quali si nascondono scelte politiche dagli esiti a dir poco discutibili. E’ probabile, perciò, che nei prossimi anni le università del meridione, ma non solo quelle, saranno costrette a contrarre al minimo la loro offerta formativa, se addirittura non rischieranno di scomparire.

In dettaglio, gli indicatori più significativi rivelano, tutti, la realtà di un paese che, contrariamente ai proclami del premier e alle esortazioni del governatore della Banca d’Italia, IgnazioVisco, sta sostanzialmente disinvestendo sull’istruzione universitaria, specialmente al Sud.

Nei livelli di istruzione, in termini percentuali, l’Italia soffre di uno storico ritardo rispetto a tutti i paesi europei, ma esso è più accentuato al Sud. Siamo ultimi su 28 paesi dell’Unione per quanto riguarda il rapporto tra laureati e popolazione, ma al Sud le cose vanno peggio: l’Italia, infatti, è al 24%, ma il Sud al 18,9% e la Campania al 16,3%, addirittura in calo rispetto al 2012.

La Sardegna, poi, è ancora più sotto, perché non raggiunge nemmeno il 16%. Le conseguenze negative di tale situazione sull’andamento delle imprese, in particolare sulla loro produttività, sono facilmente immaginabili. L’esiguo numero di laureati significa anche poca mobilità sociale, come dimostrano i dati sui giovani che si iscrivono all’università, in aumento al Nord, anche grazie agli immigrati, ma in netto calo al Sud, essendo scesi in sei anni di quasi 30.000 unità, di 7.000  solo in Campania.

A rinunciare, stando alla Banca d’Italia, sono soprattutto le famiglie meno abbienti, che non possono più permettersi di mantenere i figli all’università. E’ bassa persino la percentuale di laureati con genitori laureati, tanto che siamo ultimi tra i paesi Ocse, ma al Sud tale percentuale diventa drammaticamente ancora meno consistente.

Del resto, con le risorse statali in picchiata, visto che il Miur copre ormai soltanto poco più del 60% del totale, la tassazione universitaria del nostro paese certamente non incoraggia i giovani a studiare, essendo la più alta in Europa dopo quella dell’Olanda, il doppio della Svizzera e dell’Austria. Per non parlare della Germania, dove l’istruzione universitaria è addirittura gratuita, ma una volta tanto nessuno si sogna di prenderla a pietra di paragone.

Ancora una volta, si deve sottolineare che i tagli dei fondi all’università hanno colpito più il Sud del Nord (11% contro 1%), e in maniera rilevante i grandi atenei, come La Sapienza e la Federico II, che in questi ultimi anni hanno perso rispettivamente 83 e 52 milioni, mentre il Politecnico di Torino ne ha addirittura guadagnati 13.

Naturalmente, a riequilibrare la situazione non sono serviti nemmeno i finanziamenti dei privati, che nelle università del Sud sono minori rispetto al Nord, che può contare su una rete di Fondazioni più solida, oltre che su Regioni provviste di maggiori risorse.

E’ vero che le tasse universitarie al Sud sono più basse che al Nord, ma si tratta di un vantaggio più apparente che reale, dato che rispetto al reddito risultano poi essere in concreto più elevate della media nazionale.

Peraltro, poiché il gettito delle tasse è uno dei criteri della citata “meritocrazia”, il fatto che esso sia al Sud minore che altrove comporta tutta una serie di conseguenze negative, come minore offerta formativa, meno strutture (come mense e posti letto) e meno borse di studio. Ciò comporta, in poche parole, che al Sud si studia peggio che al Nord.

E poiché si “studia male”, è più facile finire fuori corso (per una laurea triennale gli studenti del Sud impiegano un anno in più di quelli del Nord, ossia 5 anni e mezzo contro 4 e mezzo), conseguendo così un altro risultato negativo, che, in quanto costituisce un indicatore di merito, finisce per comportare ulteriori conseguenze negative per gli atenei del Sud.

Né le cose vanno meglio per coloro che intendono continuare a studiare dopo la laurea, visto che al Sud su 100 laureati solo  meno di 3 hanno possibilità di frequentare un dottorato contro quasi 5 nel resto del paese. Tanto per fare un esempio, Bologna ha 585 posti di dottorato contro i 99 di Catania.

Il quadro che emerge dagli indicatori più rilevanti è, dunque, quello di un’università malata, bisognosa di interventi urgenti, senza i quali la sua sorte sarà segnata. E con essa, come dicevamo all’inizio, quella dell’intero Mezzogiorno.

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