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Alitalia. Processo vecchia società, Pm chiedono 6 condanne. Nella lista Cimoli e Mengozzi

ROMA  – Sei condanne e una assoluzione: sono le richieste dei pubblici ministeri romani Nello Rossi, Stefano Pesci e Maria Francesca Loi a conclusione della requisitoria nel processo per il dissesto della vecchia Alitalia. La condanna più pesante a sei anni di reclusione è stata chiesta per l’ex presidente ed ex amministratore delegato Gianfranco Cimoli per i reati di bancarotta per distrazione e dissipazione nonché per due episodi di aggiotaggio. 

Le altre richieste riguardano Francesco Mengozzi (3 anni), che fu presidente di Alitalia dal 2001 al 2004, Gabriele Spazzadeschi (3 anni e 6 mesi), Pierluigi Ceschia (3 anni). Due anni sono stati chiesti per Giancarlo Zeni e Leopoldo Conforti. Assoluzione invece perché il fatto non sussiste per Gennaro Tocci. Nella vecchia Alitalia Spazzadeschi era direttore centrale del settore amministrazione e finanza, Pierluigi Ceschia responsabile dell’amministrazione straordinaria mentre Zeni, Conforti e Tocci erano funzionari.

I fatti presi in esame dai giudici si riferiscono al periodo che va dal 2001 al 2007 anni nei quali le persone ora imputate hanno secondo l’accusa provocato il crack della compagnia area nazionale. Oggi ai tre pubblici ministeri è toccato il compito di riepilogare tutti i fatti emersi nel corso del giudizio che da oggi è entrato nella fase della discussione. Al procuratore aggiunto Nello Rossi è toccato il compito di introdurre la requisitoria e durante il suo intervento ha rilevato tra l’altro che “Alitalia non è stata mai sottoposta a controlli; che ha scelto i manager con rapporti privatistici e privati; che ha fatto scelte aziendali discutibili e che ha portato avanti scelte aziendali che non erano sindacabili”. Secondo Rossi “ancora oggi paghiamo per gli sperperi della compagnia aerea. Alitalia ha avuto effetti perniciosi per l’economia del Paese a causa delle enormi somme di denaro che sono state versate alla società dallo Stato”. Un altro momento dell’intervento del magistrato è stato quello delle retribuzioni “faraoniche di cui hanno beneficiato i dirigenti senza avere risanato nulla nonostante i continui piani di risanamento aziendale che erano il veicolo attraverso il quale si drenavano le risorse pubbliche e private”.

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