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ROMA – “Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra le grandi corporazioni internazionali e gli Stati.

Questi subiscono interferenze nelle decisioni fondamentali, politiche, economiche e militari da parte di organizzazioni mondiali chenon dipendono da nessuno Stato. Per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l’interesse collettivo. In poche parole la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta… Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei Paesi in via di sviluppo ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei Paesi industrializzati in cui hanno sede.”

Queste le parole di un celebre discorso tenuto nel 1972 all’Onu da Salvator Allende, presidente del Cile, a capo di un governo di sinistra democraticamente eletto. Parole tragicamente profetiche; un anno dopo Allende e il suo governo caddero sotto il sanguinoso colpo di Stato del generale Pinochet, golpe realizzato con l’appoggio della Cia e della Itt, una delle più grandi compagnie telefoniche al mondo.

Il Cile divenne subito il Paese cavia dove furono sperimentate le teorie economiche liberiste elaborate proprio allora all’Università di Chicago; José Piñera, il ministro dell’Economia della dittatura cilena si circondò infatti dai “Chicago Boys” che avviarono un vasto processo di privatizzazione, compreso il sistema pensionistico, smantellando le riforme attuate dal governo socialista. Le politiche liberiste della scuola di Chicago divennero in seguito il riferimento delle politiche attuate daReagan, dalla Thatcher e dal Fmi, il Fondo Monetario Internazionale e sono quelle che ancora oggi vengono imposte alla Grecia dallo stesso Fmi, dalla Bce e dalla Commissione Europea.

Per capire le conseguenze a livello globale di quelle politiche è sufficiente leggere il rapporto annuale di Credit Suisse , una delle principali banche finanziarie del mondo. L’8,6 % della popolazione mondiale controlla oltre l’85% della ricchezza del pianeta, mentre al 69,8% ne resta meno del 3%, esattamente il 2,9%. Non solo, secondo i dati di Credit Suisse, che non è certo un organo d’informazione dei movimenti aderenti al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi aumenta ogni anno.

Nel 2001 Susan George, presidente di Attac Francia,  intervenendo a Genova, all’assemblea di apertura del Forum Sociale, spiegava che se non si fosse fermata la finanziarizzazione dell’economia una spaventosa crisi economica e sociale avrebbe travolto l’Europa; nella stessa occasione Walden Bello, sociologo filippino, dirigente di importanti movimenti sociali, sostenne la stessa tesi rifacendosi alla crisi che qualche anno prima aveva travolto le economie delle “tigri asiatiche”. Ma furono, e tutti noi fummo, Cassandre inascoltate.

Oggi in Grecia lo scontro centrale non è tra due Paesi, la Grecia e la Germania, ma tra la grande maggioranza di un popolo e il potere delle grandi banche e dei fondi finanziari dei quali i governi europei, Merkel in testa, sono espressione e complici, come lo sono stati i governi greci che hanno preceduto Tsipras.

Troppi si dimenticano che nel 2001, per fare quadrare i conti al fine di entrare nell’euro, i governi liberisti greci si affidarono alla banca d’affari Goldman Sachs che attraverso complesse operazioni finanziarie (fece “sparire” un debito di 2,8 miliardi di euro) truccò i conti; nel 2005 quel debito di 2,8 miliardi riemerse, ma erano ormai diventati oltre 5 miliardi che pesavano sulle spalle della popolazione greca. Ovviamente Goldman Sachs non subì alcuna conseguenza, né dovette pagare alcuna penale, anzi Mario Draghi che poco dopo divenne il vice presidente della Goldman Sachs con specifica delega alle politiche europee, ha ampiamente contribuito in questi mesi a colpevolizzare, in relazione al debito, il popolo greco e il governo Tsipras, ignorando le responsabilità della sua casa madre, la Golman Sachs che peraltro aveva realizzato significativi guadagni con le commesse ricevute dai governi greci di allora.

In queste settimane a Bruxelles è stata formalizzata la fine di quella fase della storia umana iniziata nel 1789 con la Rivoluzione francese. Parole come “una testa un voto”, “democrazia e cittadinanza” perdono qualunque senso. Gli strumenti di partecipazione democratica, dalle elezioni ai referendum, appaiono sempre più come vuote celebrazioni di riti ormai superati.

Dobbiamo aver chiaro che in queste ore stiamo subendo una sconfitta storica destinata a pesare su tutta l’Europa per i prossimi anni. Non è facile capire come si possa rendere efficace la nostra solidarietà col popolo greco; è necessario impegnarsi in tutti i campi, come cittadini, come lavoratori, consumatori e risparmiatori per contrastare un sistema nelle mani delle lobby finanziarie globali. Siamo il 90% della popolazione mondiale ma siamo divisi e non consapevoli della nostra potenziale forza.

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