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Cina affossa i mercati: Shanghai -8,5%. L’Europa trema

ROMA – L’economia cinese in caduta libera deprime ancora una volta i mercati, in primis quelli asiatici, che registrano ribassi paurosi con picchi storici negativi.

Una vera e propria crisi che a detta dei cittadini finirà per distruggere i risparmi della classe media e il piccolo commercio. La preoccupazione degli investitori è alimentata dall’incertezza che avvolge il futuro dell’economia cinese. Pechino, motore della crescita globale, ha segnato la crescita più bassa dagli anni Novanta nel 2014 e ha ulteriormente rallentato l’espansione al 7% in ciascuno dei primi due trimestri del 2015. La svalutazione dello yuan è stata letta come la volontà di sostenere l’export mentre il panico è stato alimentato dal crollo dell’indice manifatturiero cinese ad agosto.

L’indice Nikkei di Tokyo chiude in flessione del 4,61%. La Borsa di Shanghai lascia alla fine sul terreno l’8,5%, sotto il livello della chiusura del 31 dicembre dello scorso anno e dunque azzerando tutti i guadagni del 2015. Male, come detto, anche tutte le altre Borse asiatiche.

Ma il terremoto cinese si ripercuote anche sui mercati europeifacendo segnare per i mercati del vecchio continente il peggior calo dal 2008: -7%. Sprofonda in avvio di seduta la Borsa di Milano. Il Ftse Mib in apertura cede subito il 3,62% a 20.936 punti per poi nel pomeriggio arrivare a lasciare sul terreno il 7% . Male anche gli altri principali listini del Vecchio Continente. Parigi perde l’8%, Francoforte il 6,08% e Londra il 5,6%. Maglia nera per la Borsa di Atene che cede l’11%. 

La Cina pronta ad inondare il mercato di liquidità

Adesso  Pechino si accinge a inondare di liquidità il suo sistema bancario, come anticipa il Wall Street Journal spiegando che la prossima mossa prevista da parte della banca centrale cinese, di liberare più fondi per i prestiti attraverso una riduzione della percentuale dei depositi che le banche devono  accantonare a riserva, mira a contrastare gli effetti negativi di una valuta più debole, che rischia di far fuggire sempre più capitali dalla Cina. Dal successo di questa operazione dipenderà in misura consistente anche la percezione del Dragone da parte degli investitori globali. Se nella crisi del 2008, infatti, la Cina, con il suo colossale piano di stimolo aveva agito come un  ammortizzatore della crisi globale, negli ultimi tempi, con la recente svalutazione a sorpresa del renminbi, viene vista come un potente fattore di destabilizzazione. Il taglio del coefficiente di riserva  delle banche potrebbe essere varato già questa settimana e seguirebbe altre operazioni di questo tenore decise quest’anno e ben quattro tagli dei tassi d’interesse varati dallo scorso mese di novembre. 

Un problema-chiave da risolvere per rendere l’operazione efficace è costituito dall’avversione al rischio degli istituti di credito cinesi – sottolinea il Wsj – continuano a favorire le aziende pubbliche schivando le imprese private, che presentano meno garanzie tradizionali e bilanci peggiori. Tale atteggiamento porta spesso gli imprenditori con maggior potenziale di crescita a rivolgersi a canali di finanziamento non bancari, che presentano costi più elevati mentre le aziende pubbliche, già ricche di capitale, sono riluttanti a chiedere altri soldi a prestito.Ecco perchè, per l’imminente  taglio del coefficiente di riserva – si parla di mezzo punto percentuale che libererebbe risorse per 678 miliardi di yuan (circa 90,7 miliardi di euro), la banca centrale cinese sta studiando l’applicabilità ai soli istituti di credito che prestano in modo significativo alle piccole e media aziende, quelle ritenute cruciali per rilanciare la crescita economica del Paese. Va comunque detto che, in passato, la strategia di ‘incanalare’ il credito a particolari prenditori, non si è dimostrata particolarmente efficace. 

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