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Venezia 72. Pioggia di fischi per l’italiano “A bigger splash”

LIDO DI VENEZIA (nostra inviata) – “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino è il secondo film italiano in concorso al Festival del Cinema di Venezia. Il regista prende il testimone da Piero Messina, in gara ieri con L’attesa. 

La trama prende forma ai bordi di una piscina, in un dammuso a Pantelleria. È la storia di una coppia, Paul (Matthias Schoenaerts), giovane fotografo ex alcolista, e Marianne (Tilda Swinton), celebre rock star affetta da momentanea afonia. Per i due è grande amore e complicità, fino all’arrivo dell’adrenalinico Harry (Ralph Fiennes), amico della coppia, produttore musicale ed ex di Marianne. Insieme a lui una figlia adolescente, Penelope (la figlia d’arte Dakota Johnson) che ha da poco scoperto di avere. Attorno alla piscina si crea un ambiente torrido e passionale di seduzioni, tradimenti e crimini tra i quattro protagonisti

Il film è un remake del francese La Piscine, diretto nel 1969 da Jacques Deray, con Alain Delon e Romy Schneider. Il titolo è tratto invece da un celebre quadro dell’artista americano David Hockney, “A Bigger Spalsh”, che rappresenta un tuffo che sconvolge una regolarità di linee.

Il rock ‘n’roll di Mick Jagger è il sottofondo costante del film. Il silenzio della ex rockstar “davidbowieana” Tilda Swinton, si contrappone all’energia e al caos portato da Harry. È stata proprio l’attrice a suggerire a Luca Guadagnino di privare della voce il personaggio di Marianne.

La storia originale era ambientata in Costa Azzurra, Guadagnino sceglie invece di girare in Sicilia. La sua natura violenta, la sua sabbia, si trasformano in un personaggio silenzioso che si aggiunge ai quattro protagonisti. È l’emergenza immigrazione ad ancorare la storia alla realtà. I morti nel Mediterraneo, i centri di accoglienza, i continui sbarchi, sono parte della narrazione.

Guadagnino fa scelte originali e audaci. I quattro protagonisti che si capiscono e non si capiscono non sono visti da lontano, con la distanza cui il cinema ci ha abituato quando si tratta di figure altere ed intellettuali, ma con la vicinanza meno comoda.

A Bigger Splash è frenetico, ritmato. La bellezza del paesaggio riempie i tempi morti. Mathias Schoenaerts, che ieri sempre a Venezia ‘72 ha presentato The Danish Girl, consolida il suo ruolo di sex symbol. Doppio red carpet al Lido anche per Dakota Johnson, dopo aver interpretato una moglie affettuosa in Black Mass di Scott Cooper, si cala nei panni di una diciassettenne, lolita per puro diverimento. 

A stupire è soprattutto un folle, esilarante ed inedito Fiennes, travolgente nello spogliarsi (letteralmente) da qualsiasi tabù di tipo interpretativo. Conquista persino i fotografi, improvvisando un balletto durante le foto ufficiali. 

Nonostante tutto questo, “A Bigger Splash” ha ricevuto una pioggia di fischi e “buu” in arrivo dalla stampa nazionale e internazionale. Nessun altro titolo presentato al Lido in questa prima settimana di Festival era stato accolto con così tanto astio. 

Non è piaciuta la rappresentazione stereotipata della Sicilia e dell’Italia in generale. I carabinieri scimmiottano Il Commissario Montalbano, parlano in dialetto e sono sguaiati al punto da essere ammoniti dalla diciassettenne Penelope. 

Nell’Italia delle sagre e dei luoghi comuni, dove nessuno parla l’inglese, persino una turista americana riesce a strumentalizzare il dramma dei migranti, dipingendoli come potenziali aggressori in modo da distogliere l’attenzione dal reale colpevole. 

Il regista però ha respinto ogni polemica: “Mi ha guidato il Falstaff di Verdi, che ha voluto chiudere la sua carriera con un’opera buffa, dove le arie sono ampie fino alla grande burla finale. Il film inizia con una grande intimità pubblica e si conclude con la legge che tocca l’umano. È una beffa e mi piaceva molto. Poi se non facciamo cinema per prenderci dei rischi e andare in territori rischiosi, perché farlo?”.

Guadagnino non teme le critiche, d’altra parte cinque anni fa una pioggia di fischi travolse il suo “Io sono l’amore”. Quella stessa pellicola venne poi acclamata negli Usa tanto da incassare cinque milioni di dollari e ottenere una nomination agli Oscar e una ai Golden Globe.

 

 

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