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ROMA – Probabilmente, occuparsi oggi di “femminismo” è addirittura demodé. Nel senso che, per quanto si sollevi un problema reale ed oggettivo, l’approccio rischia di essere già superato e scorretto in partenza.

Numerosi segnali indicano in modo inequivocabile come, malgrado la presenza femminile in vari settori lavorativi della nostra società sia in netto aumento, quando si tratta di ruoli decisionali, l’uguaglianza tra i sessi risulta un traguardo ancora distante. È innegabile come in tutti gli ambiti lavorativi e sociali i maschi detengano e mantengano a denti stretti le posizioni di maggior prestigio, privilegio e potere. La discriminazione è un dato ancora più evidente quando ci si addentra nel campo della politica, soprattutto ai vertici del potere politico. Tranne rarissime eccezioni, i “boss” dei partiti politici in Italia sono in prevalenza elementi maschili. Nel contempo, laddove esiste una netta predominanza femminile, ad esempio nella scuola, il rapporto di potere è inevitabilmente rovesciato: sono in crescente aumento i dirigenti scolastici donna. A tale riguardo mi sono formato alcune convinzioni che, all’apparenza, potrebbero essere invise alle più accese “femministe”. 

Mi riferisco alla realtà della scuola italiana, specie nei primi ordini di scolarità: scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. In tale contesto la femminilizzazione è un dato dominante in assoluto: nelle scuole materne, laddove gli elementi maschili sono completamente assenti, o nelle scuole elementari, laddove i maestri costituiscono una netta minoranza. Sono convinto che uno dei problemi della scuola italiana (non è l’unico, ovvio) sia proprio l’eccessiva femminilizzazione. Altrove, ad esempio in Francia o in altri stati, nei paesi scandinavi, la presenza maschile è più consistente e, in alcuni casi (ad esempio in Norvegia), addirittura massiccia. La ragione si spiega molto facilmente. In tali paesi gli emolumenti assegnati agli insegnanti sono più appetibili, per cui gli uomini aspirano in maggior numero ai posti di insegnamento, a differenza del nostro paese, dove le retribuzioni alla classe magistrale sono indecenti e miserabili. Lo scarso valore, anche economico, riconosciuto alla professione docente in Italia, deriva in parte proprio dall’eccessiva femminilizzazione della scuola. Infatti, le donne che insegnano sono nella quasi totalità madri e mogli impegnate ad attendere alle faccende domestiche ed accudire la prole, relegate in ruoli marginali rispetto ai coniugi, che invece svolgono funzioni più remunerative in termini economici. Per cui le insegnanti che sono anche mogli e madri non hanno tempo o voglia di dedicarsi ad attività sindacali e tantomeno occuparsi di politica.

Per le stesse ragioni, quando si tratta di scioperare e rivendicare i propri diritti sindacali ed ottenere miglioramenti nella propria condizione lavorativa, le insegnanti (in gran parte mogli e madri) tendono a sottrarsi e disimpegnarsi, per cui il potere contrattuale e sindacale della categoria si è ridotto drasticamente. Non a caso le adesioni agli scioperi nel comparto scuola sono più basse che altrove, in fabbrica o in settori dove la presenza maschile è più elevata, come le industrie metalmeccaniche. Naturalmente, il mio non è affatto un atto d’accusa nei confronti della presenza femminile nella scuola e nella società italiana. Il mio intento è di ridestare le coscienze assopite, o distratte, delle donne, siano esse insegnanti, madri, mogli o single, poiché l’emancipazione dell’umanità passa anche attraverso l’affrancamento effettivo delle donne dalla condizione di marginalità o subalternità a cui ancora sono in gran parte costrette nella società, in alcuni ambiti professionali, ma ancor più sul terreno politico-decisionale.

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