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Caso Aldrovandi. “Il reato di tortura in Italia è prescritto. Il Governo tace”

FERRARA – La due giorni per ricordare, a 10 anni dalla sua morte, Federico Aldrovandi è ancora occasione per parlare del reato di tortura.

“Dopo questi dieci anni sono ancora molti gli ostacoli, soprattutto culturali, che si incontrano quando è coinvolta la polizia” spiega Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, al dibattito di oggi in cui si è fatto il punto su ‘Reato di tortura, numeri identificativi, forze dell’ordine, democratizzazione. Cosa (non) ha ottenuto il movimento?’, dove era presente il padre del ragazzo, Lino Aldrovandi. Marchesi ha aggiunto: “non è nell’interesse della polizia individuare i singoli che violano i diritti umani.

Il reato di tortura in Italia è prescritto. Il Governo tace, e in Parlamento ci sono coloro che non lo vogliono perché è una forma di criminalizzazione della polizia, e chi invece lo approva fa poi di tutto per svuotarlo di contenuto”. All’incontro tra giornalisti, avvocati e associazioni era appunto presente anche il papà di Federico che ha ricordato che “siamo qui a ricordare un ragazzo che oggi avrebbe 28 anni”, che è stato “ucciso da chi avrebbe dovuto e potuto riportarmelo a casa una maledetta domenica mattina”. E a chi si chiede cosa c’entra l’assassinio di Federico con il reato di tortura, Lino Aldrovandi ha ricordato che il figlio “è stato bastonato per mezz’ora con due manganelli, riportati rotti alla questura, tempestato di calci senza alcun motivo mentre a terra era bloccato, con 54 lesioni sul suo corpo, soffocato, e alla fine con il cuore spezzato. Se non pensano che quella fu una vera tortura”. 

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