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ROMA – Con la sua ultima fatica, “Laika”, Ascanio Celestini si conferma un cantastorie della contemporaneità capace di conciliare, nel suo corpo narrante, racconto e psicologia dell’umano. 

Al Teatro Vascello, nell’ambito del Romaeuropa Festival, fino al 16 novembre, salgono sul palco i protagonisti di una storia quotidiana ambientata ai margini della società romana. Un siparietto brechtiano, qualche cassa dell’acqua, sei piccole lampade bianche, sono tutto ciò di cui l’artista ha bisogno per dare vita ai suoi personaggi. 

L’attore appare in scena come un Gesù degli ultimi: una camicia rossa, un cappotto, un pantalone senza orlo. Dentro questi panni prendono vita un barbone, un cieco, una prostituta, una vecchia col cervello “impicciato” che suscita un toccante sentimento del contrario pirandelliano. Ma non è una mera evocazione dei “caratteri” della periferia. Celestini, come uno sciamano, lascia che nella sua personalissima figura cristica si incarnino le voci degli ultimi, per raccontarci la loro storia. 

Il drammaturgo è sceso in strada e ha respirato le atmosfere e le inquietudini di quelli che diventeranno i suoi personaggi: “In questo lavoro ho iniziato una raccolta di interviste ai facchini che lavorano nella logistica e lottano per avere dei diritti. Vivono nelle case occupate e nel conflitto sociale”.   

Uno dei protagonisti è proprio un facchino, un “negro”, un lavoratore senza alcuna tutela che diventa barbone dopo essere stato licenziato in seguito a un incidente sul lavoro. Alcuni dei suoi compagni per solidarietà organizzano un picchetto a oltranza con lo scopo di farlo riassumere. Su questo sfondo agiscono i diversi personaggi che gravitano attorno a uno spazio comune, l’area di un supermercato, un non luogo destinato a trasformarsi in campo di battaglia condivisa. Un miracolo “laico” che vede questa umanità disperata scendere in strada per salvare la vita di un barbone, durante lo scontro tra le guardie e i manifestanti.

“A volte  ̶  osserva l’autore  ̶   raccontiamo l’eccezionale per nascondere l’ordinario”.Per più di un’ora Ascanio Celestini, con un’opera di mimesi del pensiero, fa entrare gli spettatori nei cortocircuiti quotidiani di chi vive alla periferia della città, dell’esistenza, e, come direbbe De Andrè, “raccoglie in bocca lo stesso punto di vista di Dio”. 

Uno spettacolo riuscitissimo, in cui l’attore e drammaturgo ipnotizza il pubblico con la sua energia. Accompagnato dalla fisarmonica di un (San) Pietro (Gianluca Casadei), la voce di Celestini, nasale e seducente (complice forse la sinusite) trascina anche lo spettatore più riluttante nella realtà amara dei personaggi.

L’umorismo sul tema religioso, e in particolare divino, rischia di essere frainteso per un’anti teologia populista che non è nelle corde dell’autore. Celestini  stesso risponde a un ragazzo del pubblico che a fine spettacolo gli chiede se la sua sia una denuncia contro Dio: “La critica a Dio non vedo quanto sia utile, e neanche quella ai fedeli. Contro Dio, poi, non penso di avere gli strumenti”. 

Nulla ha aggiunto il contributo di Alba Rohrwacher, la cui voce registrata non riesce a dare profondità al racconto e appare poco credibile. Questa seconda nazionale di “Laika”, divenuta prima a causa di un’indisposizione dell’autore, si è arricchita di un nuovo progetto della Fondazione Romaeuropa: “Post it”. Incontri post spettacolo che permettono al pubblico di dialogare con gli artisti.

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