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CARACAS – Il voto che questa notte ha sancito dopo 16 anni la netta vittoria delle opposizioni potrebbe definitivamente chiudere la lunga stagione del ‘chavismo’ in Venezuela anche se resta da vedere se e quali misure prenderà il presidente Maduro per limitare i poteri di un parlamento in cui è costretto a trovarsi in minoranza.

Primo esportatore di petrolio dell’America latina precipitato in una grave crisi economica, il Venezuela si trova in ogni caso a fare conti con la pesante eredità di Hugo Chavez, per 14 anni alla guida del Paese.Eletto alla presidenza nel 1999, Chavez lanciò la sua “rivoluzione bolivariana”, promuovendo una “socialismo del XXIesimo secolo”. Costruendo la sua popolarità su numerosi programmi sociali, Chavez sviluppò uno stile di governo atipico, personalissimo, con un linguaggio tra sinistra e militarismo venato da accenti religiosi.Gli oppositori gli rimproveravano l’onnipresenza,  la demagogia, la strumentalizzazione delle istituzioni al servizio della permanenza al potere. Fuori dal suo Paese è stato modello, e finanziatore, di molti leader latinoamericani di sinistra, ma nel corso degli anni la sua stella si è sbiadita a beneficio di leader meno radicali, come il brasiliano Lula.

Malato di cancro, fu rieletto per un terzo mandato nel 2012, prima di morire a 58 anni nel 2013. Il suo delfino ed erede designato Nicolas Maduro l’ha sostituito ala guida del Venezuela vincendo nuove elezioni, ma la sua popolarità e crollata in fretta, travolta dalla crisi economica che lo scorso anno ha provocato rivolte in cui sono morte 43 persone, secondo i bilanci ufficiali.Paese di 916.445 chilometri quadrati nel  nord del Sudamerica, il Venezuela è uno dei due membri latinoamericani dell’Opec, insieme all’Ecuador. Produce tre milioni di barili al giorno di greggio, secondo le cifre ufficiali, ma l’Opec stima la sua produzione a 2,3 milioni di barili. Le riserve provate sono pari a 296,5 miliardi di barile,c he fa del Venezuela il primo al mondo avanti all’Arabia Saudita. Caracas vende un terzo del suo petrolio agli Stati uniti, che sono i suoi primi clienti. Nonostante entrate petrolifere di oltre 380 miliardi di dollari dal 1999, Hugo Chavez e il suo successore non sono stati capaci di stroncare un’inflazione tra le più elevate al mondo, nè di liberare il paese dalla sua dipendenza dai petrodollari, il 965 delle sue entrate.I controlli sui cambi hanno frenato la redditività  delle imprese e rallentato le importazioni. Colpito dalla caduta dei prezzi del greggio, il Venezuela sffre di un’allarmante penuria di valuta estera che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, che mescola carestia, iperinflazione e recessione. Il pil è diminuito del quattro per cento nel 201, secondo la Banca Mondiale.

L’inflazione sarà quest’anno all’85% secondo il governo, al 200% secondo gli analisti. La povertà, la lotta contro la quale è uno dei cavalli di battaglia della “rivoluzione bolivariana”, riguarda il 25,4% dei 30,7 milioni di abitanti del Paese nel 2012. L’insicurezza si è aggravata: il tasso ufficiale di omicidi era a 54 per centomila abitanti nel 2014, il più alto del Sudamerica, quasi otto volte la media mondiale calcolata dall’Onu. 

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