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Ci lascia Cossutta, un comunista italiano, duro e gentile

ROMA – E così, qualche settimana dopo Pietro Ingrao, ci lascia anche Armando Cossutta. Un comunista italiano, a tutto tondo, anche se a lui, non sempre a ragione, è stata attaccata l’etichetta di “sovietico”. 

Non si può onestamente dire che alla nostra FGCI, negli anni 80, Cossutta, politicamente parlando, piacesse. Quando Enrico Berlinguer accelerò, ben oltre quanto volesse gran parte del gruppo dirigente, la rottura con l’Unione Sovietica, Cossutta assunse una posizione molto critica. Apertamente, per quei tempi -in un partito che non accettava le correnti- organizzò una corrente, fortemente connessa ad alcuni ambienti del PCUS, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Noi giovani comunisti, animati da un radicalismo antisovietico, e che sposavamo la causa pacifista in aperta contrapposizione con entrambi i blocchi politico-militari contrapposti (Nato e Patto di Varsavia), vedevamo col fumo negli occhi la posizione di Cossutta.  Credo reciprocamente che la sua corrente non vedesse con simpatia la nostra posizione, sostenuta da una esigua minoranza organizzata anche al nostro interno, che addirittura uscì dalla FGCI.

E tuttavia si farebbe torto alla sua storia e alla sua vicenda, cominciata a diciassette anni nelle Brigate Garibaldi, a ridurla a quella di un sostenitore acceso dell’URSS. Non sono io -ero un ragazzino- che devo ricordare la sua opera come responsabile degli Enti Locali, quando il PCI si avvicinò e conquistò la guida di molte grandi e piccole città italiane. Cossutta in qualche modo fu protagonista dell’inizio di quell’Italia dei sindaci, che dagli anni 90 ai giorni nostri è diventata così importante.

Ma a me piace, soprattutto, ricordare come nell’ultima parte della sua esistenza, dopo l’esperienza di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani, Cossutta abbia cercato di dare un contributo all’attualizzazione, in senso unitario, della memoria della Resistenza e della lotta partigiana. Pur essendo un “duro” -o dipinto come tale- Cossutta aveva profondo il senso dell’unità. L’unità antifascista, l’unità democratica, l’unità della sinistra, o delle sinistre. Penso -ma altri che lo conoscevano assai meglio lo potranno confermare o smentire- che non avesse mai condiviso, nelle esperienze di Rifondazione e dei Comunisti Italiani, le posizioni estremiste, rigidamente settarie e dogmatiche. L’attaccamento al valore dell’unità era tale che naturalmente gli fece scegliere, da comunista, di votare e sostenere il Partito Democratico. Con quanta convinzione sui contenuti portati avanti dal PD non sono in grado di dirlo: ma da attento osservatore dei rapporti di forza, Cossutta ha sicuramente visto in questi anni il PD come un argine alle destre populiste e all’antipolitica. 

La sua gentilezza, la sua cortesia, il suo rispetto degli altri venivano da una profonda e attenta umanità. A me piace ricordarlo così, come un comunista italiano, duro e gentile, parte della nostra grande comune esperienza politica e umana.

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