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Conflitto di interessi Boschi: se l’Italia fosse un Paese normale…

ROMA – Mettiamola così. In un Paese normale, con una classe politica normale, con regole normali, con un’opinione pubblica normale, il solo sospetto che un esponente politico e di governo possa essere in conflitto di interessi rispetto al proprio incarico basterebbe ad estrometterlo dalla scena istituzionale. Il perché è ovvio. Il dubbio che non stesse svolgendo la sua attività nel solo ed esclusivo interesse pubblico lo renderebbe poco credibile. Ergo, non attendibile e fuori dalla possibilità di ricoprire alti incarichi di governo che richiederebbero, per l’appunto, totale imparzialità. 

L’Italia però non è un Paese normale e dopo l’anomalia istituzionale dei governi Berlusconi siamo caduti in una sorta di torpore da eccesso di conflitto di interessi che ha annebbiato del tutto il campo. Dal ’94, ovvero dal primo governo Berlusconi che pose in macroscopica evidenza la commistione tra interessi privati ed azione politica del presidente del Consiglio, il problema è rimasto sostanzialmente in stand by.  Tanto meno può essere considerata risolutiva, la parzialissima legge Frattini del 2004: fumo negli occhi per chi chiedeva di mettere mano alla patologia che si era manifestata. 

In Italia sul piano giuridico non esiste una definizione del conflitto di interessi; il diritto si limita ad intervenire a seconda dell’area interessata. Ad esempio nel ramo societario e finanziario, dove dal 2005 è previsto il delitto di omessa comunicazione di conflitto di interessi. Nulla è detto in campo politico e istituzionale. La ‘vacatio legis’ ce la portiamo dietro da vent’anni, e le conseguenze le stiamo ancora pagando. La responsabilità maggiore va ascritta alla sinistra che, anche quando è stata forza di governo, non ha mai affrontato e risolto una delle più evidenti ‘malattie’ del sistema. 

Tant’è. Oggi l’evidente conflitto di interessi del ministro Boschi, il cui padre è stato vice presidente della Banca Etruria salvata con decreto del Governo Renzi, rimane affidato erroneamente a ragioni di opportunità politica. L’Italia patria del diritto è in queste ore una Repubblica delle banane, alla mercé di interpretazioni di parte e logiche opportunistiche. L’etica politica da noi ha maglie molto larghe, non avere leggi di riferimento è poco auspicabile. 

Lo scontro adesso è tutto parlamentare. Il Movimento 5 Stelle, oltre che alla Camera, presenterà una mozione di sfiducia nei confronti del ministro Boschi anche al Senato. In quella sede i grillini potrebbero contare sui voti delle altre forze di opposizione ed avere i numeri per farcela. Ma il centrodestra si è ricompattato e vuole farla da solo questa battaglia presentando una mozione di sfiducia nei confronti dell’intero governo. Vedremo come andrà in aula. Resta però il dato politico. La bufera dello scandalo delle quattro banche non si placherà facilmente e rischia implicazioni imprevedibili. Al di là del voto sulle mozioni, l’esecutivo Renzi ne esce indebolito e mostra di usare due pesi e due misure: il nuovo che avanza non è tanto diverso dal vecchio quando difende il proprio potere. Nel frattempo, è sotto gli occhi di tutti l’urgenza di una legge seria sul conflitto di interessi, che ponga il Paese e le istituzioni tutte al riparo da commistioni equivoche e dubbi di parzialità nella gestione della cosa pubblica. 

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