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I casi di infibulazione non diminuiscono in Indonesia

ROMA – Le mutilazioni genitali femminili sono ormai riconosciute come una barbarie, un antico retaggio culturale dell’area africana che però, secondo quanto denunciato dall’Unicef, coinvolgerebbe anche l’Asia. Si stima infatti che la metà delle donne indonesiane siano state sottoposte ad infibulazione.


Claudia Cappa, autrice del report per Unicef ha detto: “in paesi in cui non erano disponibili dati, ci siamo affidati alla raccolta di aneddoti. I dati emersi dimostrano che è un fenomeno globale, non solo relativo all’Africa”.

I dati

Circa 44 milioni di vittime nel mondo hanno meno di 14 anni e la maggior parte di loro viene sottoposta a mutilazione quando hanno meno di 5 anni. Secondo gli esperti di cultura e società indonesiane, l’infibulazione praticata è meno drastica di quella impiegata in Africa e per il governo indonesiano l’infibulazione sarebbe “l’atto di raschiare la pelle che copre la superficie del clitoride, senza eliminarlo”.

I dati non sono scoraggianti dappertutto però: in Egitto trent’anni fa la percentuale di ragazze tra i 15 e i 19 anni vittima di mutilazioni era il 90 per cento, oggi il 70; in Liberia si è passati dal 72 al 31 per cento.

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Religione e cultura

In Indonesia però il problema è soprattutto religioso. Le autorità indonesiane hanno cercato di bandire questa pratica più di dieci anni fa, ma i capi religiosi ritengono che sia un rito a cui tutte le ragazze devono sottoporsi prima del matrimonio. Il governo è riuscito a rispondere solo obbligando personale medico autorizzato ad eseguire le mutilazioni, ma questo è inaccettabile poiché anziché scoraggiare l’infibulazione non fa altro che legittimarla.

Secondo Jurnalis Uddin, presidente del centro per gli studi sulla popolazione e il genere della Yarsi University di Jakarta, “la pratica in Indonesia è più che altro simbolica, non c’è un vero e proprio taglio. E’ parte della nostra cultura”.

L’opinione delle donne

Le stesse donne indonesiane la vedono in modo diverso. “Pensano che sia una tradizione culturale, un rito obbligatorio dell’Islam,” – ha detto Rena Herdiyani vice presidente di Kalyanamitra, ong indonesiana contro l’infibulazione – “ma non c’è nemmeno un verso del Corano riguardante le mutilazioni genitali femminili”.

Lia Sarifah, 47 anni, ripensa invece alla sua infibulazione con orgoglio. Si è sottoposta all’operazione “di graffio” più di una volta nel corso della sua infanzia perché i genitori volevano che fosse grande abbastanza per ricordarsene. Ricorda la paura che ha provato nella casa dei genitori a Sulawesi, del vestito nuovo che indossava e del coltello che aveva in mano il medico. “Se non lo facciamo, non ci possiamo sposare” ha detto.

 

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