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ROMA – Il restauro del Colosseo sta per concludersi ufficialmente. Rimangono solo da rimuovere alcuni ponteggi e la sistemazione delle cancellate d’ingresso. L’inaugurazione dell’anfiteatro nella sua nuova veste avverrà dopo Pasqua.

L’intervento, iniziato nel luglio del 2013, si è attuato grazie al finanziamento e alla sponsorizzazione dell’imprenditore Diego Della Valle. Il quale ha versato circa 25 milioni di euro affinché prendesse vita questa operazione di conservazione.

I lavori sono stati completati da un’impresa edile di Genova, che ha messo sul campo 25 restauratori, circa 10 operai ed una dozzina di ponteggisti. Da un punto di vista eminentemente tecnico, secondo quanto dichiarato da Gaetano Correra, coordinatore delle maestranze dell’impresa, in un’intervista rilasciata al Sole 24 ore, i lavori sono avvenuti “con un trattamento biocida, successivamente sono stati trattati i ferri della struttura e poi si è passati alla vera e propria pulitura realizzata con acqua nebulizzata, che ha liberato il monumento della fuliggine provocata dagli agenti atmosferici e dai gas di scarico delle automobili. L’ultima fase è stata quella della rimozione dello sporco mediante spazzole. Dopodiché sono stati fatti i lavori di stuccatura e di consolidamento”.

Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica. Poiché sono insorte una serie di polemiche intorno alle modalità con cui si è compiuto quest’intervento. Dubbi, che sono stati sollevati principalmente da talune categorie di restauratori. Si è criticata, innanzitutto, la scelta di affidare un’operazione del genere ad una ditta edilizia anziché ad un’impresa specializzata nel restauro (il bando con cui sono stati affidati i lavori, infatti, è stato rivolto unicamente alla categoria delle imprese OG2, le quali sono composte in modo esclusivo da mastri e geometri. Costoro, a loro volta sono costretti a subappaltare il lavoro di restauro per gli interventi più specialistici, poiché al loro interno non posseggono quel genere di competenza).

Si ritiene, inoltre, che un lavoro del genere, considerata l’importanza e la fragilità del complesso monumentale, dovesse essere affidata alla supervisione di un esperto formatosi nel campo del restauro. E non a dei professionisti dell’edilizia. E’ inspiegabile come le imprese di restauro italiane, composte da numerosi specialisti, la cui formazione è avvenuta, spesso, nelle aree archeologiche più illustri del nostro Paese, siano state tagliati fuori.

Secondo molti restauratori la pulizia della facciata del Colosseo si presenterebbe disomogenea. In alcune parti si sarebbe raschiato lo strato sensibile della pietra provocando un indebolimento del tessuto murario. In altre parti, invece, sarebbero rimaste delle tracce scure, sintomo di un intervento poco approfondito. Si è criticato anche l’utilizzo non ponderato di talune tecniche, come la nebulizzazione e la spazzola di saggina. 

Ma c’è chi si è discostata da queste critiche, come la soprintendente archeologica romana, Maria Rosa Barbera, la quale ha recentemente affermato che “sono mesi che abbiamo tolto i ponteggi, e solo adesso nascono le critiche? Sono opinioni, ma noi opponiamo i fatti. Il restauro è eseguito da un’impresa qualificata e all’opera ci sono restauratori esperti”. 

Rimane però senza risposta il fatto che esperti del settore siano stati estromessi a priori dalla partecipazione ad una gara d’appalto del genere. E che siano stati coinvolti in un secondo tempo, esclusivamente come manodopera qualificata e dipendente. Come ha dichiarato l’Associazione dei Restauratori d’Italia a proposito dell’attività di singoli professionisti, i quali “non sono più liberi di scegliere le soluzioni deontologicamente migliori, ma solo quelle economicamente più redditizie per il proprio datore di lavoro, l’impresa edile”.

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