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8 marzo. Altri 70 anni per colmare la differenza salariale di genere

ROMA – Ci vorranno almeno altri settant’anni per colmare il divario degli stipendi fra uomini e donne, se il gap continua a chiudersi al ritmo di adesso.

Lo stima l’Ilo (l’Organizzazione mondiale per il lavoro) in un rapporto pubblicato per la giornata dell’8 marzo, ricordando che in questo momento, in media, le donne guadagnano il 23 per cento in meno degli uomini. Ma è il tasso di occupazione il dato più allarmante, dove il divario di genere è più pronunciato e si chiude al rallentatore (lo 0,6 per cento negli ultimi vent’anni): il 72 per cento degli uomini sono occupati, mentre lo sono solo il 46 per cento delle donne. “Negli ultimi 20 anni, i significativi progressi delle donne nell’istruzione non si sono tradotti in un miglioramento paragonabile della loro posizione al lavoro”, constatano i ricercatori dell’Ilo. Inoltre, 200 milioni di donne anziane vivono senza una pensione regolare; sono solo 115 milioni gli uomini in questa condizione. 

Peraltro, l’Ocse avverte che le disparità di genere rappresentano un costo per l’economia e per il lavoro. L’impatto “sostanziale”, in termini di reddito, è di circa 12 mila miliardi di dollari, pari al 16% del Pil mondiale. A calcolarlo è stato il Centro per lo sviluppo dell’Ocse, in uno studio pubblicato in occasione della giornata della donna. La discriminazione nei confronti delle donne, sottolinea l’Ocse, genera un duplice effetto negativo, perché “riduce sia il livello del capitale umano femminile, sia la partecipazione alla forza lavoro e la produttività totale”. Se si riuscisse ad eliminarla e a raggiungere la parità di genere, calcola sempre l’Ocse, nel 2030 il reddito pro capite medio mondiale arriverebbe a 9.142 dollari, ben 764 dollari in più di quello che si potrebbe ottenere se i livelli di discriminazione restassero quelli odierni. Un effetto che sarebbe benefico soprattutto per i Paesi meno sviluppati, che oggi subiscono più pesantemente l’impatto della limitata partecipazione femminile al mondo del lavoro sul loro reddito nazionale.(

Per questi motivi, conclude l’organizzazione parigina, “eliminare la discriminazione verso le donne e promuovere le pari opportunità sono sia scelte economicamente intelligenti, sia leve importanti per una crescita sostenibile ed inclusiva”. In questo quadro mondiale poco edificante si inserisce uno studio sul nostro paese condotto da Banca d’Italia in occasione dell’8 marzo che, avverte, “se in Italia il tasso di occupazione femminile raggiungesse il 60% si avrebbe un aumento del Pil del 7%. In Europa metà della popolazione è donna ed è donna il 56% di chi si laurea. Tuttavia, riferisce Banca d’Italia, nelle posizioni di leadership la percentuale cala significativamente: sono donne solo il 26% degli executive, e il 31% degli imprenditori. In Italia il gap tra uomini e donne si vede fin dall’ingresso nel mondo del lavoro, dove le donne hanno mediamente dal 15% al 20% di tasso di disoccupazione maggiore in termini relativi rispetto agli uomini. A parità di condizioni, a cinque anni dalla laurea lo stipendio delle donne è inferiore mediamente dell’11% per le laureate in ingegneria, del 12% per le laureate in materie scientifiche e discipline economiche, del 16% per le laureate in giurisprudenza. Per quanto riguarda l’imprenditorialità femminile, sempre secondo lo studio, se si chiudesse il gap tra donne e uomini si avrebbe un incremento del Pil del 2%. 

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