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TRIPOLI – Il sedicente Stato islamico (Is) starebbe ingrossando le sue file in Libia tramite i rapimenti di migranti arrivati da paesi africani, costretti al jihad con minacce e ricatti. Ma starebbe anche ricorrendo ai trafficanti di esseri umani per far arrivare nelle sue roccaforti nuovi aspiranti jihadisti soprattutto dal Sudan.

E’ quanto scrive il sito Middle East Eye, che cita alcune testimonianze dal posto. Tra le altre, quella di un idraulico nigeriano di 35 anni, Abdul, riuscito a fuggire da una base dell’Is. Abdul lavorava a Bengasi quando è stato rapito dall’Is, come era in precedenza successo a suoi compagni scomparsi all’improvviso. “Non si imbarcavano per l’Europa – ha raccontato – Li chiamavano al cellulare e ci rispondeva qualcuno che ci diceva che erano morti e di non chiamare più”. Il turno di Abdul è arrivato lo scorso anno, quando militanti a volto coperto lo hanno costretto a salire su un furgone con altri lavoratori. Dopo alcune ore di viaggio, “ci hanno fatti uscire – ha raccontato – eravamo nel deserto e c’erano teste mozzate nella sabbia e tanto sangue”. Lui e due suoi compagni sudanesi sono stati costretti a dimostrare la loro fede recitando alcuni versi del Corano. Altri due compagni del Ghana sono stati uccisi dopo aver ammesso di essere cristiani. “Hanno tagliato loro la testa – ha spiegato Abdul – proprio lì, di fronte ai miei occhi. Da quel momento, non mi sento più un essere umano. Non posso dimenticare cosa è successo”.

Dopo un interrogatorio, Abdul e i due sudanesi si sono sentiti dire: “Lavorerete per noi, che combattiamo per Allah. Se morirete, andrete in paradiso”. “Ho dovuto accettare – ha affermato – perché non avevo scelta”. Dopo alcuni giorni, Abdul e una trentina di altri migranti sub-sahariani hanno cominciato a ricevere addestramento militare. “E’ stata molto dura – ha raccontato – ci davano fucili AK47 smontati e in tre minuti dovevamo riassemblarli e sparare contro un obiettivo”. Molti dei suoi compagni erano sudanesi. “L’Is – ha spiegato – preferisce musulmani in grado di parlare l’arabo, per questo sceglie i sudanesi. Alcuni erano stati rapiti a Bengasi come me, altri sembravano essere lì con convinzione. Io pensavo sempre a come scappare”. Le nuove reclute venivano allettate con la promessa di un salario da 2.500 dollari al mese, che sarebbe stato versato alle loro famiglie se fossero morte. Prima della sua prima missione, Abdul e due compagni sono riusciti a darsi alla fuga, avventurandosi nel deserto libico e riuscendo infine a tornare nel nord del paese. “Quando avrò abbastanza soldi – ha detto – prenderò una barca per l’Italia. Sono sopravvissuto a tante vicissitudini, forse sopravviverò anche al mare”. Secondo alcune fonti locali della sicurezza, inoltre, la totale mancanza di controlli sui confini meridionali consente all’Is di reclutare militanti in altri paesi e di introdurli indisturbato in Libia. “Alcuni migranti – ha detto al Middle East Eye il militare Ibrahim Barka Issa – non vengono in Libia per lavorare o per imbarcarsi per l’Europa, vogliono raggiungere Sirte per unirsi all’Is”.

La situazione più grave sarebbe quella sul confine con il Sudan, da dove transiterebbero sia jihadisti locali sia siriani e afghani. “Il Sudan non chiede il visto ai rifugiati siriani – ha spiegato Issa – e una volta entrati li spinge verso il confine, incoraggiandoli a entrare in Libia. Tra loro ci sono criminali, estremisti e terroristi”. Un ex residente di Sirte, città da un anno in mano a Is, ha confermato che solo alcune centinaia di jihadisti nella regione sono libici, mentre gli altri sono tutti foreign fighters, in gran parte tunisini, ma anche tanti sudanesi. E il traffico di esseri umani destinati al jihad sta diventando un business molto remunerativo. “Il prezzo medio – ha spiegato Issa – per far entrare qualcuno in Libia è di 400 dollari a persona, ma per un sudanese si chiedono 1.000 dollari. Sappiamo di trafficanti che lavoravano sulla rotta Niger-Libia che ora hanno preferito spostarsi verso il Sudan perché rende di più”. Nella città di Qatrum, circa 300 km dal confine con il Niger, Moulia Touri Saleh, capo del locale Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale, ha spiegato che in pratica le operazioni contro i trafficanti di esseri umani sono sospese da anni. “Proviamo a fare il nostro lavoro – ha detto – ma sta diventando molto difficile a causa del gran numero di gente armata nella zona. Prima del 2011, tutti i confini erano controllati, ma ora è impossibile. Abbiamo bisogno di equipaggiamenti e supporto finanziario”. Issa ha spiegato che la situazione è stata portata all’attenzione dei due governi rivali di Tripoli e Tobruk, ma senza ottenere risposta. “Il governo di Tobruk – ha affermato – ci ha dato solo due veicoli, entrambi i governi ci hanno promesso denaro, ma non lo abbiamo mai ricevuto”.

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