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ROMA – Nei prossimi giorni verrà recuperato il relitto dell’imbarcazione naufragata il 18 aprile 2015 dove sono incastrati circa 400 corpi. Dare un nome a questi morti è importante, non solo da un punto di vista etico, ma anche per facilitare il ricongiungimento dei bambini sopravvissuti con i parenti ancora in vita.

A un anno dal tragico naufragio del 18 aprile 2015, in cui 600-700 profughi persero la vita al largo delle coste siciliane, le vittime di quel disastro ancora non hanno un nome. La Marina Militare italiana, su mandato del Governo, ha ultimato il recupero di 169 corpi che giacevano sul fondale e, a breve, tenterà il recupero del relitto dove ancora circa 400 corpi sono incastrati all’interno della stiva.

Si tratta della più grave tragedia delle migrazioni mai avvenuta nel Mediterraneo. Che va ad aggiungersi al naufragio del 3 ottobre 2013 davanti all’isola di Lampedusa (366 morti accertati e 22 dispersi) a quella dell’11 ottobre dello stesso anno (260 morti) e alle centinaia di naufragi piccoli e grandi che, negli ultimi 25 anni, hanno provocato più di 33mila vittime nel “Mare Nostrum”. Pochissimi di questi corpi sono stati identificati: la maggiorparte delle vittime è stata sepolta in fosse singole o comuni nei cimiteri dei Paesi del Sud Europa.
Su mandato del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse il Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense della Sezione di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano) sta portando avanti insieme ad altre università italiane il complesso lavoro di identificazione per dare un nome alle vittime del mare.

Un dramma senza precedenti cui l’Italia ha dato una risposta (primo Paese europeo a farlo), dotandosi di una banca dati nazionale per la registrazione dei dati “ante mortem” e “post mortem” dei cadveri non identificati. Un’attività che viene svolta grazie al lavoro congiunto dell’Ufficio del Commissario Straordinario per le persone scomparse e delle universita italiane coordinate dall’universita di Milano. Tuttavia la mancanza di un’analoga rete europea, le dimensioni della tragedia e le difficoltà a contattare i familiari delle vittime (provenienti da diversi Paesi africani) rende questo compito molto complesso.

“Dare un nome a questi morti è molto importante, non solo da un punto di vista etico – spiega Cristina Cattaneo, direttore del Labanof -. Per le  vedove, gli orfani, i genitori ci sono tutta una serie di questioni amminsitrative che restano congelate se mancano i documenti che attestano la morte di un congiunto”. Chi ha perso un coniuge, ad esempio, non può risposarsi. Mentre i bambini sopravvissuti a un naufragio ma che hanno perso i genitori restano bloccati in un limbo, impossibilitati a ricongiungersi con altri parenti in vita. Per non parlare della sofferenza psichica legata all’incertezza, costante, sulla sorte dei propri cari.

Terre des Hommes, da anni impegnata in Sicilia accanto ai minori soli accolti sull’isola, collabora al progetto attraverso un finanziamento che permetterà al team del Labanof di acquistare i reagenti chimici per le analisi genetiche e di sostenere alcune spese per una missione in Sicilia nel corso del mese di maggio.
“Da anni lavoriamo con i bambini soli che sono sopravvissuti a questi viaggi terribili. Ma siamo convinti che il nostro impegno non si debba fermare qui – spiega Federica Giannotta, responsabile dei Progetti Italia per Terre des Hommes -. Per noi è eticamente importante dare un nome a queste piccole vittime. Ma anche ricostruire il tessuto tra i vivi e i morti per dare una risposta a quei genitori che hanno perso i propri figli in mare ed eventualmente facilitare il ricongiungimento dei piccoli sopravvissuti con i parenti ancora in vita”.

Al momento il Labanof dispone per l’ufficio del Commissario straordinario per le persone scomparse dei dati “post mortem” di 13 bambini deceduti nel naufragio del 3 ottobre 2013, e di 8 bambini deceduti l’11 ottobre dello stesso anno. A questi se ne aggiungono altri 20 di età compresa tra i 13 e i 17 anni, deceduti il 18 aprile 2015. Ma le ulteriori attività medico-legali che si svolgeranno durante l’estate sulle vittime di queste tragedie porteranno alla luce ulteriori minori.

Fondato nel 1995/96, il Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense), situato presso la Sezione di Medicina legale del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, si occupa del recupero e dello studio di resti umani e dell’identificazione del vivente.  Il Laboratorio, formato da medici legali, antropologi, biologi, odontologi forensi e naturalisti, ha il triplice ruolo di effettuare ricerca scientifica, svolgere attività didattica universitaria nelle diverse discipline trattate e prestare consulenza tecnica forense nei diversi settori che riguardano i resti umani e l’identificazione.

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