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ROMA – C’è una tradizione, lungo la letteratura degli ultimi cent’anni, che ha raccolto eredità lontane, lungimiranti (tutto è cominciato da padre Dante, infatti) e ha operato per innesti plurilinguistici, per mobilitazione di forme espressive e di gerghi e di parlati settoriali, mai rifiutandosi ad un espressionistico recupero delle preesistenze rimosse: ha ben fatto, ha prodotto opere di grande utilità culturale e sociale, servendosi del pastiche.

A questa tradizione, che fa conto sulla vitalità del linguaggio e ne esalta il pluralismo, nonché la straordinaria capacità pontiera e la disponibilità ad incontrare l’altro, si richiama Emanuele De Luca nel suo nuovo libro intitolato “Grognardo li Taverni e gl’altri conti da Campodimele”.

La scena è la Ciociaria, terra d’origine dell’autore. Un ritorno alle radici. Succede a molti, per un fatto anagrafico, per i casi della vita, prima o poi è inevitabile. Per nascita, memorie d’infanzia, fatti straordinari. In un misto sempre di rifiuto e di nostalgia: i luoghi non ci abbandonano, e De Luca non oppone resistenza. Il suo Campodimele è l’hortus deliciarum dei vecchi abati, e badesse, del tempo della santità diffusa, che si beavano anche di vermi, rospi e serpenti.

Scene di vita ordinaria. Racconti poveri. Ma volutamente poveri, con un che di sfida: non al vissuto, alla narrazione stessa. Pretesti lievi all’uzzolo della narrazione. Un filo narrativo sottile aleggia, anche a godimento del lettore, in qualche modo esplicito cioè, ma che De Luca non chiarisce, anzi lascia sospeso.

Una scrittura preziosa. È la deriva dell’inedito, oltre che la tentazione del linguista – dello scrittore di scritture: tanto vale scrivere per il godimento proprio, e degli happy few. Potendo peraltro fruire di un fondo linguistico straordinario.

La lingua non è una giungla, è anzi lineare, di parole allineate, che però si possono variamente combinare, anche forzandole fuori dall’orinario: allungare, restringere, piallare, sbalzare. De Luca ne ha il genio. Ha quello che i romani chiamavano stilum, la punta che incideva le tavolette: la costruzione snoda e annoda come geroglifico. A puntasecca.

Quella della sua lingua è una festa pirotecnica; e i suoi racconti, nella cui geografia si riconoscono  per prima Campodimele, naturalmente, ma anche l’America della migrazione italiana e la Russia di una sciagurata campagna di guerra, sono come appuntamenti in vista di un ritrovarsi interculturale, nel segno della lingua, in un paese divenuto mondo e contemporaneamente in un mondo tornato paese.

Nella pirotecnia di rinvenimenti e neoformazioni. Per il piacere verbale, del sonoro della parola oltre che del significato. Per il gusto del barocco in similoro – dell’accrescitivo, dell’ornato. Nella narrazione tangenziale, per punti di vista che sono punti di fuga, digressivi e anamorfici. Per le invenzioni, lessicali, grammaticali.

Detto tutto quello che è da dire dell’Autore, le storie ci sono. La festa degli Zagarella nel racconto dei tagni, “La frittata”, è quasi balzacchiana. “Ciammotte” è un esito invidiabile per tutta la scienza  redazionale del best-seller, che vi si cimenta leoninamente ma senza effetti apprezzabili. Detto anche questo, i personaggi e le storie di De Luca restano le parole. Da degustare più che da sfogliare, un surplace proponendo più che una corsa al finale.

Emanuele De Luca, “Grognardo li taverni e gl’altri conti da Campodimele”

Presentazione: mercoledì 17 agosto ore 16, Campodimele (LT), Piana di Sant’Onofrio

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